sabato, marzo 31, 2007

Catanzaro, chi vuole fermare quelle inchieste eccellenti?

Ieri si sono trovati faccia a faccia nelle stanze del tribunale di Catanzaro. Da una parte il pm di Potenza Henry John Woodcock dall’altra il procuratore del capoluogo calabrese Luigi De Magistris. Sentito come persona informata sui fatti nell’ambito dell’inchiesta sulle toghe sporche lucane, il primo, titolare delle indagini il secondo. Un incontro che, al di fuori dell’inchiesta che ha portato il Csm all’apertura di tre procedure di trasferimento per altrettanti magistrati del tribunale di Potenza e Matera, ha visto seduti intorno ad un tavolo quelli che al momento sono probabilmente due fra i pubblici ministeri più “odiati” d’Italia. Ad accomunarli non soltanto le inchieste eccellenti ma anche le attenzioni particolari di quella politica che non ha mai visto di buon occhio il lavoro di certi magistrati “scomodi”. Delle vicende di Woodcock, ormai, tutta Italia sa. Meno noto è quanto accade a Catanzaro sulle spalle di Luigi De Magistris, giovane sostituto procuratore (in magistratura dal 1995) transitato per il tribunale di Napoli prima di approdare in Calabria. Due giorni fa, dopo mesi di veleni e accuse, il procuratore della Repubblica Mariano Lombardi gli ha revocato la titolarità dell’inchiesta “Poseidone”, aperta nel 2005 sui presunti illeciti nella gestione dei fondi della depurazione in Calabria. Un’inchiesta che vede indagati fra gli altri, in tutto sono una cinquantina, il segretario nazionale dell’Udc Lorenzo Cesa e l’ex presidente della Regione Calabria Giuseppe Chiaravalloti (Fi). Una lista a cui nei giorni scorsi si è aggiunto anche il coordinatore regionale di Forza Italia, nonché senatore, l’avvocato Giancarlo Pittelli. Indagato per associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio e per aver fatto parte di una organizzazione segreta. Pittelli, appresa la notizia, ha convocato una conferenza stampa per accusare il suo accusatore: «Sono noti a tutti i miei interventi pubblici contro i metodi del sostituto nei confronti del quale ho sollecitato più volte l’avvio di indagini che accertassero le violazioni da questi messe in atto - ha tuonato - Ho anche denunciato detto magistrato alla procura di Salerno per la violazione reiterata del segreto istruttorio. Evidentemente aveva ben ragione chi mi metteva in guardia preannunciandomi che De Magistris avrebbe in ogni modo tentato di colpirmi».
Ma alle accuse dei politici De Magistris, come Woodcock del resto, in un certo senso c’è già abituato. Campione della “guerra” condotta contro il sostituto procuratore di Catanzaro è l’ex senatore di An Ettore Bucciero, avvocato penalista eletto a Bari. Il quale nel corso della scorsa legislatura (guardacaso dopo l’apertura dell’inchiesta “Poseidone”) ha presentato ben due interrogazioni al ministro della Giustizia Castelli per sollecitare l’invio a Catanzaro degli ispettori per verificare se da parte di De Magistris non ci fosse la «deliberata determinazione di colpire con lo strumento giudiziario settori della vita pubblica dei quali non condivide le scelte politiche». Pretese puntualmente soddisfatte dal ministro leghista che ha inviato ben due ispezioni (gennaio e novembre 2006). Ma le richieste di Bucciero sono state rinnovate nel novembre scorso anche da una trentina di parlamentari del centrodestra che a Mastella hanno denunciato la «serie ulteriore di condotte assolutamente distoniche» del sostituto procuratore. In poche parole, secondo il centrodestra, De Magistris perseguirebbe finalità politiche. Un’accusa curiosa considerando che fra le persone rimaste coinvolte nelle molte inchieste condotte da De Magistris figurano anche l’attuale presidente della Regione Agazio Loiero (indagato per alcuni appalti nella sanità), il vicepresidente diessino Nicola Adamo e sua moglie Enza Bruno Bossio (l’accusa è di truffa, associazione a delinquere e abuso di potere in merito ad alcuni appalti). Ed è di poche settimane fa la notizia dell’apertura dell’inchiesta che vede coinvolti (nel registro degli indagati anche il diessino Filippo Bubbico e il senatore di An Nicola Buccico) addirittura tre magistrati lucani che avrebbero fatto parte, secondo i pm di Catanzaro, di un “comitato d’affari” che agiva in Basilicata. «De Magistris non è imparziale», accusava un anno fa il parlamentare di Fi Basilio Germanà presentando l’ennesima interpellanza al ministro della Giustizia e invocando l’intervento del «Capo dell’Ufficio di Procura catanzarese». Resta da vedere se proprio quest’ultimo, Mariano Lombardi, lo fosse davero quando due giorni ha revocato al sostituto l’inchiesta Poseidone. Specie in considerazione del fatto che il figlio della sua compagnia è socio in una immobiliare con quell’onorevole Pittelli che oggi è al tempo stesso accusato e grande accusatore. «Ma io sono sereno - ha commentato ieri De Magistris - risponderò con azioni concrete ad un atto che considero grave».

Massimo Solani l'Unità, 31 marzo 2006

giovedì, marzo 29, 2007

giovedì, marzo 22, 2007

In guerra, fra bischerate e bungee jumping

Lezioni di giornalismo, da divulgare nelle scuole. Fare l’inviato di guerra sul campo, con la voglia di vedere coi propri occhi e poi raccontare ai lettori, significa commettere «bischerate». L’errore? Essersi sganciato «dal plotone degli inviati da albergo e correre incontro, anzi, tra le braccia amorevoli dei gentiluomini ostili al geverno democratico di Kabul». L’autore della «bischerata» ovviamente è Daniele Mastrogiacomo. Anzi, «il divo Daniele» stando al parere di Vittorio Feltri, direttore di Libero. Il quotidiano che non esitò a definire «un simpatico pirlacchione» il povero Enzo Baldoni, rapito e poi ucciso in Iraq. Perché per Feltri, l’inviato di Repubblica non ha resistito «all’attrazione fatale dei turbanti e si è buttato nell’avventura». Insomma, «l’imprudente gazzettiere» ha commesso un’imperizia. Perché quel lavoro, come ha spiegato Feltri martedì sera dal salotto di Porta a Porta, «si può tranquillamente fare da qui». Il come, forse, Feltri ce lo spiegherà alla prossima lezione, magari con l’aiuto del suo vice Renato Farina. Uno che fingeva di fare interviste ai magistrati della procura di Milano per poi passare informazioni (a pagamento) al Sismi e che non esitava, dietro ai sussurri di qualche spione, a pubblicare notizie palesemente false ma dannose al governo Prodi. Una buona mano a Feltri l’ha data anche l’ex ministro della Giustizia Roberto Castelli che, sottolineando come certe cose capitino «solo ai giornalisti di sinistra, come la Sgrena, Mastrogiacomo, Baldoni», ha lanciato l’idea di un codice che impedisca ai giornalisti di muoversi in territorio di guerra senza la copertura dei militari. Una usanza che esiste già e che negli Usa chiamano giornalismo “embedded”. Letteralmente: arruolato. Alla faccia della libera informazione.
Ma certe cose capita di sentirle anche nel centrosinistra. Prendiamo il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro secondo il quale «il diritto di cronaca è sacrosanto, ma bisogna evitare che i luoghi in cui si sta combattendo una guerra diventino teatro per sport estremi». La prossima volta, insomma, piuttosto che fare il proprio lavoro e raccontare ai lettori l’orrore delle armi, Mastrogiacomo si dedichi al bungee jumping.

Massimo Solani, l'Unità 22 marzo 2007

lunedì, marzo 19, 2007

Daniele è libero, finalmente

Quattordici giorni. Tanti, tantissimi. Ma ora l'importante è che Daniele Mastrogiacomo sia di nuovo libero, e che stia bene. Merito anche di Emergency e di quel diavolaccio di Gino Strada. Che oggi ringraziano tutti, anche quelli che in passato gli hanno buttato fango addosso strumentalizzando un impegno umanitario che non conosce nemici e non fa distinzioni. Se non fra vittime e carnefici.
Adesso ti riaspettiamo a Roma, Daniele. Fai in fretta.

venerdì, marzo 09, 2007

martedì, marzo 06, 2007

Ritorno alla base


Ancora una assenza, ancora un prolungato silenzio. Mentre il governo Prodi si rimetteva in piedi, io ho preferito concedermi il lusso di qualche caduta. Sulla neve, però. Che è soffice, non fa male e soprattutto mi rilassa. Vacanza finita, si torna al lavoro. Non prima però di aver esaudito un sogno che cullavo da tanti anni. Treni acciuffati al volo, stress e stanchezza, ma ne è valsa davvero la pena. Due ore e mezza di grande musica, due chitarre e una voce clamorosa. Non potevo chiedere di meglio alla mia "fuitina" milanese e alle comode poltroncine del teatro Dal Verme.

Grazie Dave.

E con la sua musica ancora nelle orecchie si torna al lavoro. Sigh sob, scriverebbero in un fumetto.

mercoledì, febbraio 21, 2007

281 giorni... e nemmeno una parola


Povera patria!
Schiacciata dagli abusi del potere
di gente infame,
che non sa cos'è il pudore,
si credono potenti e gli va bene
quello che fanno
e tutto gli appartiene.
Tra i governanti,
quanti perfetti e inutili buffoni!

(Franco Battiato, Povera Patria 1991)

venerdì, febbraio 16, 2007

Oggi mi gira così... antipatico


Antipatico e lontano,
dagli altri da me stesso
da Dio, dal mio partito,
dagli alberi e dal sesso
Far finta di ascoltare
così sono contenti
e parlano a valanga
e ridono coi denti
Poi li vedo in mare
in mezzo ai detersivi
credendo di salvarsi
chiusi nei preservativi
Dal buco dell’ozono
fino all’ultimo dei buchi
Il passo è molto breve,
ma forse siamo ciechi

Vi odio tutti quanti,
anche se siamo d’accordo
ma non avvicinatevi o vi mordo
Cinesi, giapponesi, russi o nord americani
o popoli vicini o popoli lontani

La polvere si alza
dal pianeta idiozia
ma cosa me ne frega
se c’è la democrazia
Il mondo sta cambiando
e noi siamo mutanti
che fabbricano merda
e parlano di guanti

Vi odio tutti quanti,
anche se siamo d’accordo
ma non avvicinatevi o vi mordo
Cinesi, giapponesi, russi o nord americani
o popoli vicini o popoli lontani

E non venite a chiedermi
qual è la mia proposta
non ho niente da dire
e ascoltarvi già mi costa
Non voglio più baciare
il vostro crocefisso
e nemmeno voglio bere
l’acqua del vostro cesso

Vi odio tutti quanti, anche se siamo d’accordo
ma non avvicinatevi o vi mordo
Cinesi, giapponesi, russi o nord americani
o popoli vicini o popoli lontani

(Ricky Gianco, Antipatico)

martedì, febbraio 13, 2007

Non so se ridere o se piangere...

Poi ci meravigliamo se i nostri ragazzi vanno allo stadio come alla guerra. Se si filmano mentre fanno sesso o picchiano un compagno down e poi mettono i video su Youtube. Se questa è la nostra tv e i nostri "presunti" intellettuali, come meravigliarsi?

lunedì, febbraio 12, 2007

Ancora calcio, ancora calci

Gira gira sempre lì torniamo. A parlare di calcio. E non perché ci interessi particolarmente la palla che rotola (in realtà mi interessa eccome), ma perchè quello che succede attorno agli stadi, ai club e alle sedi societarie mi piace sempre di meno.
Perché fra dirigenti di calcio e trafficoni anziosi di fare soldi col pallone va di moda una nuova figura, più penale che professionale. Quella del latitante che non latita. O meglio, quella del latitante che pur latitando si indigna per i mandati d’arresto, promette di tornare in Italia per dimostrare la sua innocenza, ma si guarda bene dal varcare i patrii confini e rischiare in questo modo le manette. Fulgidi esempi della nuova tendenza sono Luciano Gaucci e Giorgio Chinaglia, due che dopo anni passati fra i campi di calcio i salotti televisivi, adesso sono costretti a far i conti con le carte bollate, gli avvocati e le bollette telefoniche internazionali.
L’ex presidente del Perugia se ne sta a Santo Domingo nella sua lussuosissima villa di Bavaro Beach in riva al mare da oltre un anno e mezzo. Nel febbraio scorso la procura di Perugia emise nei suoi confronti un mandato d’arresto per il fallimento della squadra umbra. E dalla sua terrazza sulla spiaggia Gaucci apprese che mentre lui si godeva il sole caraibico, i figli Riccardo e Alessandro quello stesso sole erano costretti a vederlo a scacchi. Latitante lui, in carcere loro. «Lo so, sono preoccupato e molto incazzato», spiegava al telefono da Santo Domingo col rumore del mare in sotto fondo. Una latitanza dorata. «Macché latitante - ribatteva - sono venuto in vacanza e ci sono rimasto. Ho una bella casa nella zona migliore dell’isola, ho trasferito qui alcuni beni». Da Santo Domingo il sor Luciano annunciava battaglie legali, dossier contro Geronzi, Capitalia, Franco Carraro e il sistema Gea. «Ma adesso gioco duro io - annunciava rabbioso - tiro fuori tutto. I miei figli non li dovevano toccare». Qualcuno l’ha più visto? Qualcuno ha letto i famosi dossier? Ninte di niente, Gaucci è ancora a Santo Domingo e adesso la procura di Roma vuole processarlo con l’accusa di illecita concorrenza perché, hanno spiegato i pm Palamara e Palaia, con la Gea Gaucci faceva affari e ci guadagnava. In soldi e giocatori da tesserare via Juventus.
Giorgio Chinaglia è un altro di quelli che nell’ultimo anno di promesse ne ha fatte tante, ma di fatti pochini. Prometteva che avrebbe traghettato la Lazio dalle mani di Claudio Lotito a quelle di un grande e ricco gruppo unghererese, e invece “Long Jhon” dopo mesi di proclami e ospitate televisive è finito in una brutta vicenda di ricatti, estorsioni e aggiotaggio ai danni del presidente biancoceleste. Raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare, però, Chinaglia si disse esterrefatto: «È allucinante - spiegava al telefono da New York - è assurdo quello che mi sta accadendo. Macché latitante, vedrete. Presto torno in Italia e faccio chiarezza». La procura di Roma lo sta ancora aspettando.
E fra poco toccherà a Luciano Moggi. La procura di Roma ha già chiesto il suo rinvio a giudizio per la vicenda dell'azienda di famiglia Gea (richiesta di rinvio a giudizio anche per il figlio Alessandro) mentre da Napoli (inchiesta Calciopoli) arrivano spifferi tutt'altro che profumati mentre si va verso la chiusura dell'indagine. E intanto Moggi, che non latita affatto, pontifica. Più o meno da ogni tv.

venerdì, febbraio 09, 2007

Ci sono, ma non del tutto

Ho pensato a lungo in queste settimane, ho pensato a molte cose. Fra queste anche cosa fare di questo blog. Non vi nascondo che per questa sorta di spleen baudeleriano che mi attanaglia da un paio di mesi ho pensato che forse era giunta l'ora di chiudere bottega. Non avevo più voglia di raccontare cose, di spiegare il mio punto di vista. E forse non ce l'ho ancora. Ma oggi mi faccio un pò di forza per segnalare a tutti una cosa intelligente fatta da persone che in questi giorni, con una massiccia dose di superficialità, sono state etichettate in ben altro modo, come intera categoria. A Catania la settimana scorsa è morto un poliziotto, Filippo Raciti, ucciso da un crininale vestito da ultras e da tifoso di calcio. Fiumi di lacrime e di retorica, migliaia di appelli affinchè il calcio si fermasse, che il dolore fosse rispettato e la liturgia del pallone interrotta fino al momento in cui si sarebbe potuto ricominciare senza rischi per nessuno e con nuove regole.
Ma il dolore è durato ben poco e ventiquattro ore dopo la morte di
Raciti i presidenti delle società, con in testa l'eroe Matarrese ("i morti fanno parte del sistema", dixit) hanno ricominciato a fare pressioni perchè il pallone ricominciasse a rotolare. Qualche appello al buon senso, un paio di richiami ai soldi gettati al vento
e dell'ispettore Raciti si è presto dimenticata la memoria, figurarsi il sacrificio. Così mi ha sorpreso felicemente leggere questo. Una delle cose più intelligenti che siano state scritte in questi giorni di lutto ipocrita.

Complimenti ai ragazzi della curva nord di Brescia. Confido che queste parole aiutino a capire che ultras non significa necessariamente violento, stupido e criminale.

Riporto il testo del comunicato, pur non condividendo ogni cosa. Ma il messaggio è di quelli che valgono:

Fermi tutti! Noi non ci stiamo!

Dopo la tragedia di venerdì scorso in cui un uomo ha perso la vita in modo assurdo.
Dopo aver riflettuto e ponderato ogni ragione che possa aver portato alla sua morte.
Dopo avere capito che pochi vogliono di fatto cercare di affrontare una situazione drammatica che rischia solo di peggiorare se non ci saranno interventi preventivi a lungo termine che vadano al di là della semplice “repressione”.
Dopo esserci accorti senza alcuno stupore che, in questo momento, la vera preoccupazione di tutti coloro che fino a ieri si mostravano disgustati e colpiti da questo calcio è, paradossalmente, proprio quella di far riprendere uno show che dovrebbe invece fermarsi, se non per rispetto della vita quantomeno affinché il calcio che noi abbiamo sempre sognato non perda anche quella poca dignità rimastagli.
Dopo aver ribadito le grosse responsabilità relative al nostro mondo.
Dopo tutto questo e molto altro, noi, I ragazzi della Curva Nord Brescia 1911, abbiamo deciso di prenderci una seria e doverosa pausa di riflessione.
Per questo, da ieri sera (martedì 6 febbraio), il nostro gruppo sospende ogni “attività” relativa alle partite della Leonessa.
La nostra intenzione non è certo quella di voler fare moralismi o voler dare lezioni esemplari a qualcuno (crediamo infatti che in questi giorni tutti abbiano fatto il pieno di luoghi comuni, di frasi fatte e d’ipocrisia).
Al contrario, vogliamo ripartire dal basso nel tentativo di riprendere alcuni vecchi progetti accantonati (per forza di cose) e con l’intenzione d’investire tutte le nostre energie nella realizzazione di altri.
Dopo la morte di Filippo è necessario, oggi più che mai, che tutti si mettano in discussione e si facciano una serie autocritica.
Noi lo facciamo per primi, senza con questo voler insegnare niente a nessuno e, soprattutto, senza pretendere a tutti i costi d’essere considerati i paladini di questa società sempre più alla deriva (conosciamo molto bene, a differenza di tanti altri che ironizzano sulla nostra Curva, non solo l’importanza sociale del nostro gruppo, ma anche i limiti del nostro mondo; proprio per questo ci sentiamo così responsabili in tutto quello che è successo a Catania; proprio per questo non molleremo certamente adesso, anzi!, continueremo a lottare per i nostri ideali).
Ci auguriamo che qualcun altro segua il nostro esempio ed inizi a riflettere veramente sul valore e sul rispetto della vita umana, sia che appartenga ad un poliziotto, sia che appartenga ad un tifoso, senza distinzione.
Nei prossimi giorni organizzeremo un nuovo incontro pubblico nel quale spiegheremo nei dettagli le nostre decisioni e, principalmente, le nostre speranze.
Nel frattempo, per l’ennesima volta, invitiamo tutti coloro che ci hanno sempre seguito (anche da lontano) a sostenere la nostra scelta.
Una scelta forse per qualcuno discutibile, ma per tutti noi doverosa e soprattutto sincera.
Oggi più che mai… Mentalità Ultras!

venerdì, gennaio 12, 2007

Scusate la latitanza

Auguri a tutti, seppur in ritardo. Il 2007, purtroppo, è iniziato nello stesso modo in cui era finito il 2006 ed è per questo motivo che da ormai quasi un mese non aggiorno questo spazio. Conto di farlo presto, non appena avrò risolto (o diciamo fotografato, che di risolverli non credo ci sia verso) alcuni problemi personali che in queste settimane mi hanno distratto dal lavoro e dal mondo.
Nel frattempo mi scuso con quanti mi hanno inviato mail per chiedermi perchè non avessi più aggiornato il blog. Ubi maior, amici miei..... Ma non temete, tempo di rimettermi in sesto e torno più cattivo di prima. Almeno spero.

A presto.

lunedì, dicembre 11, 2006

Liberiamo la vita

Coppie di fatto, eutanasia..... ogni giorno che passa capisco di essere sempre meno in sintonia con questo paese. O forse dovrei dire con i sui rappresentanti politici. Molti dei quali sono pronti a sventolare la bandiera del cattolicesimo come brandissero una clava, usando ragionamenti morali e scelte etiche non per orientare il proprio cammino di vita ma per costringere quello degli altri all'interno di stretti vincoli che loro stessi vogliono imporre. Non sono cattolico, anzi a dire il vero non sono proprio credente, ma penso che non basti credere in una entità spirituale ultraterrena per imporre vincoli e diktat anche a chi avrebbe tutto il diritto, piuttosto, di scegliere diversamente per la propria vita. Perché altrimenti la religione e la morale diventano fondamentalismo, e il fondamentalismo religioso è sempre uguale a se stesso. A Roma come a Kabul.

Dico questo perchè nelle ultime settimane mi ha molto colpito la vicenda d Piergiorgio Welby, malato di distrofia da decenni e tenuto in vita dalle macchine che lo fanno respirare e lo nutrono. Piergiorgio la sua decisione l'ha presa: vuole morire. Ha chiesto aiuto al presidente della Repubblica Napolitano e a tutti coloro che gli sono stati vicini in questi anni di malattia. Eppure il suo grido disperato continua a rimbalzare fra palazzi della politica e le stanze vaticane senza ottenere ascolto. Le televisioni ne parlano, la politica ne parla, ma intanto il tempo passa e Piergiorgio sta ogni giorno peggio. Non lo conosco, ma conosco da molto vicino una persona che oggi soffre in un letto in attesa della morte. Ho guardato negli occhi quella persona un tempo così piena di vita e ho capito che la vita è un diritto, non può essere un dovere. Specie se a importi il dovere è qualcuno che non ti conosce, che non conosce le tue sofferenze, il tuo amore per la vita e la tua voglia di farla finita con una cosa che vita non è più. Non conosco Piergiorgio, e mi piacerebbe potergli essere d'aiuto, Ma c'è un solo modo per aiutare lui e scuotere le coscienze sui casi dei tanti Piergiorgio che in ogni parte d'Italia muoiono un pò alla volta in un letto troppo scomodo.

Sono disposto a staccare la spina a Piergiorgio. Lo dico sul serio.

Sono disposto ad esaudire il suo ultimo desiderio, indipendentemente dalle conseguenze penali che questo comporterebbe. Non mi spaventa il carcere, se la mia reclusione significa la libertà di Piergiorgio. Di Piergiorgio oggi e di chissà quanti come lui domani.
Perché la gente si indigni, una volta per tutte. E per tutti.

Questo blog è uno spazio troppo piccolo per lanciare appelli, ma se qualcuno è d'accordo con me lo dica, lo scriva, lo gridi. Quella spina, in caso, la staccheremo tutti insieme.

venerdì, dicembre 01, 2006

World Aids Day

Oggi è la giornata mondiale contro l'Aids. Non c'è bisogno di molte parole, basta un simbolo e un sito Internet. Questo.

Indossiamo tutti il fiocco rosso della lotta, perché un giorno si possa tornare ad amare senza paura, a nascere senza paura. E a vivere, senza paura.

Indossiamo tutti il fiocco rosso della lotta, per quei bambini che ogni giorno nascono già malati, senza nessuna colpa.

giovedì, novembre 30, 2006

Placanica: non ho ucciso Carlo Giuliani

«Quando mi sono visto il sangue sulle mani ho tolto la sicura e ho caricato». «Non vedevo praticamente nulla, ero quasi steso. Mi è arrivato l’estintore sullo stinco, io ho gridato che avrei sparato, poi ho sparato in aria. Sono convinto di aver sparatoin aria, non ho preso la mira, è la verità». Dopo mesi di silenzio, un congedo assoluto, una candidatura politica e una misteriosa richiesta di danni ai genitori di Carlo Giuliani, Mario Placanica torna a parlare. E lo fa con una lunga intervista rilasciata al quotidiano Calabria Ora in cui ha raccontato i giorni del G8, i minuti precedenti l’uccisione di Carlo Giuliani, le ore successive e i mesi fino alla sua “cacciata” dell’arma. Sempre ripetendo la sua ultima verità: ho sparato in aria, non ho ammazzato io Carlo Giuliani. «Io non ero sicuro di averlo ucciso - spiega l’ex carabiniere - Mi venivano i dubbi perché se io ho sparato in aria, come fanno a dire che l’ho colpito in faccia, che sono un cecchino». E ancora: «Sono un capro espiatorio usato per coprire qualcuno». Ma l’intervista di Placanica è anche l’occasione per raccontare l’atmosfera che faceva da contorno alle giornate del G8 e all’assassinio di Giuliani: «Ci dicevano di stare attenti, ci raccontavano che ci avrebbero tirato sacche di sangue infetto. Ci dicevano di attacchi terroristici. La sensazione era come se dovessimo andare in guerra». Una guerra culminata con un ragazzo morto sul selciato, il viso trafitto da una pallottola. Una tragedia, piuttosto una festa per qualcuno. Come i commilitoni che accolsero Placanica in caserma la sera del 20 luglio. «Mi chiamavano il killer. I colleghi hanno fatto festa, mi hanno regalato un basco dei Tuscania, “benvenuto fra gli assassini”, mi hanno detto. Erano contenti. Dicevano morte sua vita mia, cantavano canzoni. Hanno fatto una canzone su Carlo Giuliani». Insulti alla memoria, gravi quanto lo scempio fatto del cadavere di Carlo a piazza Alimonda. «Ci sono troppe cose che non sono chiare. Mi riferisco a quello che è successo dopo a piazza Alimonda. Perché alcuni militari hanno “lavorato” sul corpo di Giuliani? Perché gli hanno fracassato la testa con una pietra?». Perplessità sulle dichiarazioni di Placanica vengono espresse anche dal Comando Generale dell’Arma che ha chiesto che il testo dell’intervista «sia rimesso alle valutazioni dell’Autorità giudiziaria, anche a tutela degli interessi del personale chiamato in causa».Ma le parole di Placanica hanno riaperto la querelle sulla commissione d’inchiesta sui fatti del G8 (prevista dal programma dell’Unione ma “ferma” in commissione Affari costituzionali a Montecitorio, osteggiata dal centrodestra ma anche da Italia dei Valori e Rosa nel Pugno), un atto di indagine auspicato dallo stesso Placanica: «sarebbe l’occasione per fare luce su quello che è accaduto», ha spiegato l’ex carabiniere che nel maggio 2003 si è visto archiviare dal tribunale di Genova l’accusa di omicidio volontario. «L’unico modo per fare chiarezza - ha commentato Haidi Giuliani, mamma di Carlo ora senatrice di Rifondazione - è in un pubblico dibattimento nell’ambito di un processo e credo che la commissione di inchiesta si debba assolutamente fare. Se è vero, come dice Placanica, che non ha ucciso lui Carlo perché ha sparato in aria, è stato indotto a mentire per coprire il vero assassino. Spero che la magistratura apra immediatamente un’inchiesta e che la verità venga ristabilita. Dopo le sue affermazioni - ha concluso Haidi Gaggio Giuliani - vorrei che Placanica venisse messo sotto protezione». E se Rifondazione torna a chiedere la commissione d’inchiesta, da destra è un coro di no: «Noi siamo totalmente contrari», liquida lapidario Pier Ferdinando Casini. «Ci sono cose più importanti da fare» gli fa eco Ignazio La Russa.

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Quattro chiacchiere con Giuliano Giuliani, papà di Carlo.

Giuliano Giuliani è nella sua casa sulle colline sopra Genova, la stessa dove il 20 luglio del 2001 apprese della morte di suo figlio Carlo. «È una ferita che non si è mai chiusa - spiega - e che ogni volta fa più male. Ma assieme al dolore c’è la voglia di arrivare ad un dibattito pubblico su piazza Alimonda».

Quel dibattito che è stato negato dal tribunale...

«Certamente. Placanica dice di non aver ucciso Carlo e di aver sparato verso l’alto, ma i filmati mostrano una pistola che spara ad altezza uomo parallela al suolo. Allora manca qualcosa per arrivare alla verità».

Interpreto: o Placanica mente o c’è qualcun altro che ha sparato?

«Esatto. Quanti erano davvero su quel defender? Placanica spiega che dietro erano solo in due, più l’autista. Ma in tribunale nel processo per devastazione e saccheggio, il carabiniere Raffone raccontò una versione diversa. Disse per sei volte che Placanica lo aveva schiacciato sul fondo della jeep che “si era messo sopra per difenderci”, usando il plurale. Chi altro c’era allora a bordo?»

Un “graduato” coperto dalla versione ufficiale, come avete denunciato?

«La ricostruzione del sasso che devia il proiettile è una menzogna usata per nascondere il fatto che il proiettile che ha ucciso Carlo non era uno di quelli d’ordinanza. Non sono un esperto d’armi, ma tutti quelli che noi abbiamo contattato concordano su un punto: un calibro 9 parabellum, come quelli usati dai carabinieri, a tre metri di distanza non può provocare un foro d’entrata di 8 millimetri. Allora chi ha sparato?».

Oltraggi al cadavere di Carlo e festeggiamenti in caserma. Che effetto fanno questi racconti?

«Quando si arriva a spaccare la testa ad un ragazzo che è stato appena colpito al volto da un proiettile significa che si è perso ogni residuo di dignità umana. E poi i festeggiamenti e i “benvenuto fra gli assassini”... in questi mesi abbiamo giustamente deprecato e ci siamo giustamente scandalizzato per quei cori disumani che inneggiavano alla strage di Nassiriya, ma qualcuno adesso vorrà usare la stessa indignazione per questa cosa? Non sono due episodi identici? Anzi, forse questa è ancora più grave, perché sarebbe stata detta da rappresentanti dello Stato».

Massimo Solani
l'Unità 30 novembre 2006

martedì, novembre 21, 2006

Il Biscione fa spesa all'estero?


Oggi non tedierò nessuno con squallide storie di servizi segreti, barbe finte e veri furbi. Della "defenestrazione" di Niccolò Pollari sono pieni i giornali, delle foto dei nuovi vertici di Sismi, Sisde e Cesis sono piene le home di tutti i siti Internet. Per cui passo avanti e vi segnalo un articolo molto interessante apparso ieri nelle pagine economiche del quotidiano spagnolo El Pais. Dispiace solo che certe notizie, pur riguardando l'Italia, dobbiamo leggerle su un giornale straniero. Ma si sa, un pò per faziosità di parte (di entrambe le parti ad essere onesti) un po' perché a forza di conviverci sembra quasi diventato usuale anche il conflitto di interessi, da noi s'è persa quasi la capacità di farsi ancora certe domande. Che guarda caso sono spesso scomode. In ogni caso ringrazio Francesco per la segnalazione.

Stando a quanto scrive El Pais, "fallito il tentativo di partecipare all'asta per l'acquisto del 50,5% di Pro Sieben-Sat1 in Germania, il primo gruppo televisivo commerciale in Germania" Mediaset sembra comunque intenzionata a fare shopping all'estero. Tanto che soltanto la settimana scorsa ha di nuovo manifestato il suo interesse per Endemol, il gruppo Olandese proprietario di format quali "Il Grande fratello" (sic), di cui attualmente è azionista di maggioranza (con il 75%) la spagnola Telephonica. "Endemol ha un valore di mercato stimato attorno ai 1.100 milion di euro - scrive El Pais - mentre l'avventura tedesca sarebbe costata più di 3000 miliardi. Il che dà un'idea delle risorse di cui dispone il gruppo Berlusconi. Mediaset infatti l'anno passato ha ottenuto guadagni per 603 milioni di euro e nel 2006 si avvicinerà ai 550 milioni".
Ma perchè il Biscione sembra improvvisamente interessato a quanto succede all'estero se le cose vanno tanto bene in Italia? "L'intenzione di investire all'estero - secondo il quotidiano spagnolo - è rafforzata dal progetto di legge di riforma televisiva elaborato dal governo Prodi. Il centrosinistra vuole infatti porre rimedio alll'egemonia di Silvio Berlusconi sul mercato pubblicitario italiano, attraverso la concessionaria Publitalia, e al dupolio di Mediaset e del servizio pubblico Rai, che assieme assorbono il 90% degli spot televisivi, il 50% del totale del mercato pubblicitario e l'85% dell'audience". Prosegue El Pais: "Berlusconi ha detto che se verrà approvata la legge, Mediaset sarà costretta chiudere. Non è certo, però di sicuro si aprirà una maggiore possibilità per la concorrenza: un canale Mediaset (Rete4) e uno Rai (probabilmente Rai3) dovranno infatti passare anticipatamente al sistema digitale terrestre, il che libererà frequenze per nuovi gruppi privati".
Ma Mediaset, secondo il quotidiano spagnolo, accusa anche il governo di voler favorire (attraverso la riforma Gentiloni) la tv satellitare Sky "sottolinenando ogni volta che può la condizione di "straniera" del gruppo dell'australiano Murdoch senza però accorgersi, evidentemente, che anche Telecinco lo sarebbe per la Spagna".

Domanda facile facile: possibile che il conflitto di interessi di Silvio Berlusconi sia così grande da vedersi in Spagna ma non Italia? Possibile che la Spagna capisca quanto l'Italia abbia bisogno di una legge seria di riforma del sistema televisivo e qui da noi le oche capitoline continuano a nascondersi dietro al dito della vendetta comunista contro l'ex premier?

Povera Italia.

giovedì, novembre 16, 2006

ControMafie

Come diceva domenica scorsa Serena Dandini, quando Don Ciotti chiama noi rispondiamo sempre presente. E allora ecco la chiamata: da domani a domenica tutti a Roma a ControMafie, gli stati generali dell'antimafia Ci saranno un pò tutti, e si parlerà di tante cose che hanno a che fare con la legalità, con la lotta contro la criminalità organizzata e con questo nostro povero paese. Ci saranno i ragazzi di "Addio Pizzo" di Palermo, quelli di "E adesso ammazzateci tutti" di Locri, i torinesi di Libera e tanti altri. Ci sarà la parte migliore di questo paese, quella che non si arrende allle prepotenze dei "mammasantissima", all'arroganza del potere e alla zona grigia che circonda ogni fenomeno mafioso. Ci saremo anche noi, per dire ancora una volta grazie a Don Ciotti e a tutti i suoi collaboratori.

Per chi volesse maggiori informazioni sul programma della tre giorni, basta consultare il sito di Libera

mercoledì, novembre 08, 2006

Sismi, le bugie e i ricatti del "compagno" Pompa


Una figuraccia, nella migliore e forse più ingenua delle ipotesi. Una sceneggiata imbarazzante, nella più realistica, condita da spiegazioni farsesche e messaggi politici nascosti sotto una goffaggine ostentata quanto sospetta. E’ durata oltre tre ore l’audizione di Pio Pompa davanti al comitato parlamentare di controllo sull’attività dei servizi segreti. Una deposizione condita per lo più da contraddizioni, versioni di comodo, difese maldestre e frecciate tutta da decifrare. Tanto che alla fine, su una cosa tutti i membri del Copaco erano d’accordo: le risposte dell’“analista di fonti aperte internazionali e Internet” (per sua stessa definizione) sono state “insufficienti e contraddittorie” (secondo il presidente Claudio Scajola, Forza Italia) o peggio “imbarazzanti” (per dirla come il vice Massimo Brutti, diessino). Ed è quasi normale che a questo punto unanime sia la speranza che il governo ponga mano quanto prima al ricambio dei vertici dei servizi. Perché da qualsiasi angolazione la si voglia vedere, il titolare dell’ufficio “disinformazione” del Sismi di via Nazionale e braccio destro di Pollari non ha fornito una sola spiegazione convincente a quello che le indagini della procura milanese ha portato alla luce in questi mesi.
Al centro della scena lui, l’ex dipendente Telecom abruzzese e professore universitario a contratto diventato di colpo braccio destro del direttore del servizio segreto militare e fatto assumere proprio da Niccolò Pollari in pianta stabile al Sismi grazie alle “raccomandazioni” del fondatore del San Raffaele Don Verzè (l’ha spiegato lui stesso). Curvo, quasi ingobbito dietro agli spessi occhiali da miope con la montatura pesante, a San Macuto Pompa ha deciso di rompere il silenzio tenuto in procura a Milano e, con in tasca una autorizzazione del ministero della Difesa e un più che probabile invito a presentarsi caldeggiato dal suo superiore Pollari, con i membri del Copaco si è impegnato in una lungo e confuso slalom. “Sono qui per difendermi - ha spiegato –, perché i giornali ne hanno dette di tutti i colori sul mio conto. Sono stato dipinto come un inquinatore, ma io non ho fatto nulla”. Parole che contrastano in maniera stridente con quanto emerso dall’inchiesta milanese sul rapimento Abu Omar (nella quale è indagato per favoreggiamento) che ha messo in luce i tentativi del Sismi di controllare tanto l’attività di alcuni giornalisti (sottoposti persino a intercettazioni telefoniche) quanto quella dei magistrati Spataro e Pomarici (anche grazie all’opera del vicedirettore di LIbero Renato Farina, che peraltro ha chiesto di essere sentito dal Copaco presentando una lunga memoria difensiva). “Farina non era retribuito, le ricevute di pagamento erano soltanto relative ad alcuni rimborsi. – si è limitato a spiegare Pompa, che al Copaco di è presentato con due trolley carichi di carte e che ha consegnato un voluminoso dossier di documenti personali –. Io avevo rapporti con molti giornalisti di molte testate. Anche arabi”. Giornalisti di cui Pompa non ha esitato a fare nomi e cognomi.
Spinoso il capitolo relativo al dossier rinvenuto in via Nazionale sulla struttura dei nemici del governo Berlusconi da “disarticolare” anche con mezzi traumatici: “Quel documento mi è arrivato da un anonimo a L’Aquila – ha spiegato –. Lo avevo dimenticato, è rimasto per molti mesi in una borsa”. Eppure, stando almeno alle ricostruzioni della procura di Milano, Pompa è stato ispiratore di una campagna di stampa diffamatoria contro Romano Prodi. “Ma io sono figlio di operai, da giovane ero comunista – si è difeso – e diffondevo l’Unità. Ho persino fatto una tesi di laurea su Togliatti e il Mezzogiorno. E alle ultime elezioni ho votato per Romano Prodi”.
Ma per certi versi, davanti al Copaco Pompa ha persino scaricato il suo benefattore Pollari smentendo di avere avuto un ruolo nella diffusione di un’altra polpetta avvelenata contro Prodi, ossia quella dell’ormai famigerato dossier Telekom Serbia. Versione accreditata dallo stesso Pollari ai magistrati del capoluogo piemontese. “Io non ho confezionato nulla – ha raccontato Pompa – nel 2001 raccolsi un’interrogazione parlamentare dell’onorevole Bocchino e la consegnai a Pollari. Io non c’entro nulla”. Verità o bugie, difficile capirlo. Lapidario in proposito il commento di Milziade Caprili (Rifondazione) all’uscita da San Macuto: “Pompa non mi ha convinto neanche quando ci ha detto come si chiama”.
Massimo Solani
l'Unità 8 novembre

giovedì, novembre 02, 2006

Cento morti e non sentirli


Nel 2005 la camorra ha fatto secche 90 persone. Nel 2006 solo 76, ma ha ancora due mesi di tempo per eguagliare il record. La risposta dello Stato, però, è stata all’altezza della situazione. In attesa di inviare mille poliziotti in più, che andranno ad aggiungersi ai 13.500 già schierati sul campo, il Parlamento ha già provveduto, con l’indulto, a inviare sul posto altri delinquenti in più, casomai non bastassero quelli già a piede libero. Ora, se misurassimo, anche a spanne, le parole dedicate dalla classe politica, e dunque da giornali e tv al seguito, all’analisi della criminalità organizzata e dei rimedi per combatterla, e lo confrontassimo con quelle usate sul fronte del fondamentalismo islamico, il rapporto sarebbe di uno a dieci, forse di uno a mille. Eppure, a oggi, i morti per terrorismo islamico sul territorio italiano sono zero. Mentre i morti per camorra, mafia, ‘ndrangheta e Sacra Corona sono centinaia ogni anno.
Le ultime stragi, in Italia, le ha fatte un’organizzazione terroristica denominata Cosa Nostra nel 1992-’93, fra Palermo, Milano, Firenze e Roma. Gli esecutori materiali sono dentro, mentre i mandanti «esterni» restano, secondo le stesse sentenze che condannano gli esecutori, «a volto coperto». Cioè fuori. La Seconda Repubblica - come ha ricordato l’altroieri il pm Ingroia presentando a Palermo «Il gioco grande» di Giuseppe Lobianco e Sandra Rizza (Ed. Riuniti) ­ «è nata sul sangue dei magistrati, degli uomini di scorta e dei cittadini assassinati in quella mattanza, ma i mandanti non interessano a nessuno».
In compenso, con uno sforzo di altruismo davvero encomiabile, siamo molto interessati ai mandanti delle stragi in casa d’altri, tant’è che da quattro anni collaboriamo a radere al suolo l’Afghanistan e l’Iraq, senza peraltro cavarne un ragno dal buco, mentre dei morti di casa nostra, anzi di Cosa Nostra, allegramente c’infischiamo. Uno straniero che, per masochismo, leggesse l’opera omnia dei nostri migliori intellettuali, da Panebianco a Ferrara, verrebbe colto da un lievissimo senso di spaesamento: possibile che queste teste d’uovo non parlino d’altro che di Islam radicale, avendo sull’uscio di casa pericoli ben più concreti e incombenti che parlano e sparano in italiano? Per tutta l’estate ha spopolato un editoriale di Panebianco, a metà strada tra Kafka e Ionesco, che domandava se non sia il caso di autorizzare una «zona grigia» di illegalità per consentire ai nostri servizi di torturare almeno un po’ i terroristi islamici (che fortunatamente, finora, In Italia non hanno sparato neppure un petardo a Capodanno). Ora ferve il dibattito su quell’autentica emergenza nazionale che sono le donne col velo islamico, per non parlare delle due o tre avvistate in Val Brembana addirittura col burka. I passamontagna e i giubbotti con kalashnikov incorporato a Napoli e Reggio Calabria allarmano molto meno. Giuliano Ferrara, sempre molto intelligente ma soprattutto molto intelligence, dedica colate di piombo (di tipografia) alle gravi minacce incombenti sui vignettisti danesi che prendono per i fondelli Maometto, per poi scoprire che in Italia c’è uno scrittore, Roberto Saviano, che finisce sotto scorta per essersi occupato di mafia, cioè di un tema che da parecchi anni è uscito dall’agenda dei molto intelligenti (salvo, si capisce, quando si tratta di attaccare i magistrati antimafia, spontaneamente o su commissione del Sismi). Ancora l’altro giorno s’invocavano pene esemplari contro l’imam di Segrate, reo di aver dato dell’ ignorante alla signora Santanchè che si era dimostrata ignorante in fatto di Corano. E Magdi Allam, sul Corriere, ammoniva severamente chi consente ad Al Jazeera di celebrare l’anniversario della sua fondazione. Ora, per carità, non saremo noi a sottovalutare il pericolo della propaganda televisiva contro chi combatte, o dice di combattere, il terrorismo islamico. Ma della propaganda televisiva contro chi combatte le mafie ne vogliamo parlare? Ieri, sul Foglio, Lino Jannuzzi rivendicava con orgoglio i suoi rapporti con i servizi deviati, con Gelli, Liggio, Michele Greco detto «il Papa», Ciancimino e altri galantuomini, sostenendo che avere «molti amici criminali» è normale, «perché sono un giornalista». Fortuna che nessuno di quegli amici si chiama Mohammed. Altrimenti, invece di pubblicargli il pezzo, Ferrara lo faceva arrestare su due piedi.


Marco Travaglio, Uliwood party
l'Unità 2 novembre

lunedì, ottobre 30, 2006

Noi non dimenticheremo Anna Politkovskaja


«Internazionale», l'associazione «Articolo 21» e la televisione satellitare «Nessuno TV» promuovono un'iniziativa comune in memoria di Anna Politkovskaja. Si tratta di una cartolina indirizzata all'Ambasciatore della Federazione Russa in Italia, che sarà possibile trovare nei prossimi tre numeri della rivista Internazionale e in tutte le principali librerie italiane. E' anche possibile sottoscrivere l'appello online sul sito di Articolo 21.