E a Venezia Gentilini era tornato a cavalcare il suo vecchio cavallo di battaglia, tuonando contro i clandestini e l’Islam: «Voglio la rivoluzione contro i clandestini - aveva urlato rosso in viso davanti ad una folla plaudente di camicie verdi - Voglio la rivoluzione contro i campi dei nomadi e degli zingari. Io ne ho distrutti due a Treviso. Voglio la rivoluzione contro quelli che vogliono aprire le moschee e i centri islamici qui, comprese le gerarchie ecclesiastiche. Voglio la rivoluzione contro i phone center i cui avventori si mettono a mangiare in piena notte e poi pisciano sui muri: che vadano a pisciare nelle loro moschee». Un crescendo di bestialità e insulti che non hanno risparmiato nè i magistrati nè i giornalisti: «Se Maroni ha detto tolleranza zero, io voglio la tolleranza doppio zero - ha tuonato - Voglio la rivoluzione contro le televisione i giornali che infangano la Lega. Prenderò dei turaccioli per ficcarli in bocca e su per il culo a quei giornalisti. Voglio la rivoluzione contro la magistratura. Ad applicare le leggi devono essere i giudici veneti. Queste sono le parole del vangelo secondo Gentilini».
Del resto i rapporti fra Gentilini e le toghe sono da sempre burrascosi, e le tensioni negli anni sono cresciute di pari passo con la volgarità e la pesantezza delle esternazioni del “sindaco sceriffo”. Che, forte del consenso elettorale in una delle roccaforti del Carroccio, è diventato un po’ il simbolo di una certa Lega dai toni violenti e razzisti. Tanto che nel febbraio del 2001 il Viminale lo richiamò all’ordine invitandolo a «mantenere atteggiamenti confacenti» pena «spiacevoli conseguenze». Minacce che non hanno spostato di un millimetro la barricata da cui Gentilini combatte da anni contro omosessuali, clandestini e persino animali. Se infatti fecero sorridere tutta Italia le sue battaglia contro i cigni del Sile (gennaio 2003) o contro i cani «di razza straniera» (maggio 2008), decisamente più seria e grave la lunga lista di esternazioni sul filo fra la volgarità populista e il razzismo più smaccato. Contro gli extracomunitari («da rimandare a casa nei vagoni piombati», disse nel maggio 2001, «bisogna prendergli anche le impronte del naso», settembre 2002) e «i culattoni per cui serve una pulizia etnica». Ma dalle minacce di Gentilini non si salvò nemmeno la candidata sindaco di Treviso del centrosinistra, Maria Luisa Campagner. Lui, infatti, si presentò in piazza al momento dei primi exit poll, il 26 maggio del 2003, e sventolando in aria tre lunghi chiodi minacciò: «Serviranno per appendere l’orsetta siberiana e scotennarla piano piano, come si fa con la pelle di un coniglio». Ma lui è così, e non si ferma: «Io sono abituato ad essere un tribuno - spiegava ieri - questa è la mia eloquenza, non posso mettermi il silenziatore sennò non sarei Gentilini».
Massimo Solani, l'Unità 3 ottobre

Nessun commento:
Posta un commento