sabato, maggio 16, 2009

giovedì, gennaio 29, 2009

Da Lampedusa a Trieste

Sono appena rientrato da Lampedusa. Ho visto la disperazione negli occhi di centinaia di poveri cristi scappati da guerre e fame alla ricerca di un futuro migliore. Ho visto la disperazione negli occhi di una cittadinanza stanca di uno Stato che l'ha dimenticata e che la usa come avamposto contro l'immigrazione clandestina. Nel nome di una politica miope convinta che le espulsioni di massa, il filo spinato e la forza pubblica siano più forti della disperazione che spinge migliaia di persone ad attraversare deserti e a rischiare la vita su un mare buio come la pece.
E' una storia che non conoscerà mai fine...

Ma con la mente e l'indignazione voglio volare dall'altra parte dell'Italia, a Trieste. Dove il Gup, con rito abbreviato, ha condannato tre dei quattro poliziotti che erano accusati dell'omicidio (colposo) di Riccardo Rasman. Sei mesi di reclusione, una miseria per la morte di un ragazzone inoffensivo a cui la natura aveva donato un cuore enorme e la testa di un bambino nel corpo di un gigante. Alla famiglia, beffa che si aggiunge al danno, andranno 20 mila euro di risarcimento. Una vergogna. La sua storia l'avevo raccontata qualche tempo fa in questo post...

giovedì, gennaio 22, 2009

Lasciate in pace Eluana


Non ne posso più dell'ipocrisia che ruota attorno alla vicenda di Eluana Englaro. Non ne posso più della sofferenza che alcuni "devoti" continuano ad infierire a lei e a suo padre Beppino che da anni si batte coraggiosamente per rispettare la voglia di vita di quella figlia che da troppo tempo giace senza speranza in un letto. per questo oggi vorrei segnalarvi l'appello che abbiamo lanciato dal sito de l'Unità. Per chiedervi di aderire, per far sentire la nostra voce oltre l'oscurantismo di quella parte del paese che pretenderebbe di anteporre una morale alle leggi italiane e alle sentenze dei tribunali. Lo trovate qui. Grazie a tutti.


Eluana è anche nostra figlia. Ci rivolgiamo attraverso questo appello alle massime istituzioni della Repubblica perché ciascuna per la sua parte si impegni a far rispettare una sentenza definitiva ed esecutiva.

Perché in Italia il diritto abbia la meglio sui ricatti, le intimidazioni, l'oscurantismo di chi non tiene conto della tragedia di una famiglia, simbolo di altre migliaia di persone che si trovano nella medesima situazione.

Perché i genitori di Eluana siano messi nella condizione di garantire alla figlia una morte dignitosa.

Eluana è anche nostra figlia.

martedì, gennaio 20, 2009

Si ricomincia. Ma da dove si era finito...

Dopo mesi di balck out logistico, torno ad aggiornare queste pagine. E si riparte da dove più o meno ci eravamo lasciati. Avevo provato a scrivere qualche riga sull'assurda decisione della sezione disciplinare del Csm, ma poi ho cancellato tutto e ho lasciato perdere. Sono anni che sbatto la testa su un muro di gomma e francamente dopo scontri con i colleghi, litigi in redazione e svariate querele, non so più che parole usare per farmi capire. "Chi tocca certi fili, muore", disse un giorno de Magistris, prima di essere cacciato dalla procura di Catanzaro e confinato al Riesame di Napoli. Aveva ragione, e ora ne sanno qualcosa anche Luigi Apicella, Dionigio Verasani e Gabriella Nuzzi. Che a Salerno avevano provato a are luce su quell'intreccio che era costato il posto a de Magistris. E' toccato anche a loro, in questa Italia in cui ormai si prepara il grande inciucio sulla giustizia. Sopravviveremo anche a questo, ma intanto proviamo a non chinare il capo.
Per oggi è già abbastanza, vi lascio con le parole che de Magistris ha affidato a Micromega. Ora che sono tornato, non perdiamoci di vista.


L’altro giorno, in uno dei tanti viaggi tra Napoli e Catanzaro, ascoltavo la bellissima canzone di Francesco De Gregori e mi venivano in mente frammenti di storia scritti da magistrati della Repubblica italiana.
Pensavo al coraggio del Procuratore della Repubblica di Palermo, Gaetano Costa, che, da solo, si assunse la responsabilità di firmare degli ordini di cattura, al coraggio di Rosario Livatino ed Antonino Scopelliti che non piegarono la testa e decisero di esercitare il loro ruolo con rigore ed indipendenza, a quello di Paolo Borsellino che consapevole di quello che stava accadendo ai suoi danni cercava di fare presto per giungere alla verità e per comprendere anche le ragioni della morte di Giovanni Falcone e degli uomini della sua scorta.
Pensavo a quanta mafia istituzionale accompagna tanti eccidi accaduti negli ultimi trent’anni.
Pensavo a quello che sta accadendo in questi mesi in cui si consolidano nuove forme di “eliminazione” di magistrati che non si omologano al sistema criminale di gestione illegale del potere e che pretendono, con irriverente ostinazione, di adempiere a quel giuramento solenne prestato sui principi ed i precetti della Costituzione Repubblicana, nata dalla resistenza al fascismo.
Pensavo a quello che possono fare i singoli magistrati oggi per opporsi ad una deriva autoritaria che ha già modificato di fatto l’assetto costituzionale di questo Paese.
Pensavo a quello che può fare ogni cittadino di questa Repubblica per dimostrare che, forse, ormai, l’unico vero custode della Costituzione Repubblicana non può che essere il popolo, con tutti i suoi limiti.
In attesa di quel fresco profumo di libertà – del quale parla il mio amico Salvatore Borsellino e per il quale ci batteremo in ogni istante della nostra vita, in quella lotta per i diritti e per la giustizia che contraddistingue ancora persone che vivono nel nostro Paese – che ci farà comprendere quanto concreto sia il filo conduttore che accomuna i fatti più inquietanti della storia giudiziaria d’Italia degli ultimi 30 anni, non dobbiamo esimerci dall’evidenziare alcune brevi riflessioni.
In attesa dei progetti di riforma della giustizia (che mi pare trovano d’accordo quasi tutte le forze politiche) che sanciranno, sul piano formale, l’ulteriore mortificazione dei principi di autonomia ed indipendenza della magistratura, non si può non rilevare che i predetti principi – che rappresentano la ragione di questo mestiere che, senza indipendenza ed autonomia, è solo esercizio di funzioni serventi al potere costituito – sono stati e vengono mortificati proprio da chi dovrebbe svolgere le funzioni di garanzia e tutela di tali principi.
Dall’interno della Magistratura, in un cordone ombelicale sistemico di gestione anche occulta del potere, con la scusa magari di evitare riforme ritenute non gradite, si procede per colpire ed intimidire (anche con inusitata deprecabile violenza morale) chi, all’interno dell’ordine giudiziario, non si omologa, non intende appartenere a nessuno, non vuole assimilarsi alla gestione quieta del potere, ma rimane fedele ed osservante dei valori costituzionali di uguaglianza, libertà ed indipendenza che chi dovrebbe garantirne tutela – anche con il sistema dell’autogoverno – tende, in realtà, a voler governare, dall’interno, la magistratura rendendola, di fatto, prona ai desiderata dei manovratori del potere.
Ma non bisogna avere timore. La storia – ed ancora prima la conoscenza e la rappresentazione di fatti quando essi saranno pubblici – ci faranno capire ancor meglio di quanto tanti hanno già ben compreso, le vere ragioni poste a fondamento di prese di posizione anche di taluni magistrati (alcuni dei quali ritengono anche di svolgere una funzione di “rappresentanza”, in realtà, concretamente, insussistente).
Quello che rileva in questo momento e che mi pare importante è che, in attesa del fresco profumo di libertà, che spazzerà via alcuni protagonisti indecenti di questo periodo, ogni magistrato abbia un ruolo attivo, non si disorienti, diventi attore principale – nel suo piccolo ma nella grande “forza” di questo mestiere che richiede oneri prima ancora che onori – della salvaguardia dei valori costituzionali.
Ognuno di noi, chi ha deciso di fare questo lavoro con amore, passione e forte idealità, ha un luogo, interno alla propria coscienza, al proprio cuore ed alla propria mente, dal quale attingere forza e determinazione nei momenti bui. E’ questa l’ora delle risorse auree: se insieme sapremo esercitare le nostre funzioni in autonomia, libertà, indipendenza, senza paura di essere eliminati da intimidazioni istituzionali o da “clave” disciplinari utilizzate in violazione della Costituzione Repubblicana.
Per me, le riserve energetiche sono state e sono tuttora, soprattutto, le immagini di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, anche perché nei giorni delle stragi mafiose – con riferimento alle quali attendiamo verità e giustizia anche per le complicità sistemiche intranee alle Istituzioni – avevo appena consegnato gli scritti nel concorso in magistratura. Quando Antonino Caponnetto disse che tutto era finito, nel mio cuore ed in quello di molti altri magistrati è scattata una molla per dimostrare che non doveva essere così, che, invece, bisogna lottare e non mollare mai. Anche nella certezza di poter morire - come diceva Paolo Borsellino nella consapevolezza che tutto potesse costarci assai caro – vi sono magistrati che ogni giorno cercano di applicare, nei provvedimenti adottati, il principio che la legge è uguale per tutti.
Da quando le organizzazioni mafiose hanno dismesso la strategia militare di contrasto ed eliminazione dei rappresentanti onesti e coraggiosi delle Istituzioni, il livello di collusione intraneo a queste ultime si è consolidato enormemente, tanto da rappresentare ormai quasi una metastasi istituzionale che conduce alla commissione di veri e propri crimini di Stato. Questo comporta che oggi dobbiamo difendere, ogni giorno e con i denti, la nostra indipendenza e l’esercizio autonomo della giurisdizione – nell’ossequio del principio costituzionale sancito dall’art. 3 della Costituzione – anche da veri e propri attacchi illeciti, talvolta condotti con metodo mafioso, provenienti dall’interno delle Istituzioni.
Che può fare, allora, un magistrato? Che può fare un Uditore Giudiziario che a febbraio prenderà le funzioni giurisdizionali? Che può fare un Giudice civile? Che può fare un Giudice del Tribunale del Riesame? Che può fare un Giudice del settore penale? Che può fare un Pubblico Ministero? Che possiamo fare quelli di noi che non si piegano al conformismo giudiziario? Che possiamo fare quelli che vogliono esercitare solo questo lavoro con dignità e professionalità, senza pensare a carriere interne o esterne all’ordine giudiziario?
Credo che la ricetta è semplice, anche se sembra tutto così complicato in questo periodo così buio per la nostra Costituzione per la quale non dobbiamo mai smettere di combattere: si deve decidere senza avere paura – innanzi tutto di chi dovrebbe tutelarci e che si dimostra sempre più baluardo di certi centri di interessi e poteri, nonché fonte di pericolo per l’indipendenza del nostro stupendo lavoro –, senza pensare a valutazioni di opportunità, senza scegliere per quella opzione che possa creare meno problemi, decidere nel rispetto delle leggi e della Costituzione, pronunciarsi nel segno della Verità e della Giustizia.
In tal modo, avremmo adempiuto, con semplicità e nello stesso tempo con coraggio, al nostro mandato, la coscienza non si ribellerà con il trascorrere del tempo, magari potremmo anche capitolare, ma, come dice Salvatore Borsellino, lo avremmo fatto senza “esserci venduti”. Non avremo svenduto la nostra indipendenza, non avremo piegato la nostra coscienza, non avremo abdicato al nostro ruolo, non avremo abbassato la testa: ci ritroveremo con la schiena dritta, con il morale alto, con il rispetto di tutti (anche dei nostri avversari).
Questo ci chiedono le persone oneste: di non “consegnarci” e mantenere alto il prestigio dell’ordine giudiziario in un momento in cui la questione morale assume connotati epidemici anche al nostro interno. Non bisogna avere paura di un potere scellerato che pretende di opprimere la nostra libertà ed il nostro destino.
Ai giovani colleghi mi permetto, con umiltà e per l’immenso amore che preservo per questo lavoro, di esortarli a non temere mai le decisioni giuste e di perseguire sempre la strada della giustizia e della verità anche quando questa può costare caro. Io ero consapevole che mi avrebbero colpito e che mi avrebbero fatto del male, ma non ho mai piegato, nemmeno per un istante, il percorso delle mie scelte ed oggi mi sento, come sempre, sereno, ricco di energie, molto forte, perché dentro il mio cuore e la mia mente sono consapevole di aver espletato ogni condotta nell’interesse della Giustizia e nel rispetto delle leggi e della Costituzione Repubblicana.
Non ascoltate quelle sirene, anche interne alla nostra categoria, che vi inducono – magari in modo subdolo e maldestro – a piegare la testa in virtù di una pseudo-ragion di stato che consisterebbe nel pericolo imminente di riforme sciagurate, per evitare le quali dobbiamo, strategicamente, “girarci” dall’altra parte quando ci “imbattiamo” nei c.d. “poteri forti”. Le riforme – anzi le controriforme – ci saranno comunque, forse saranno terribili, ma almeno non dobbiamo essere noi a dimostrarci timorosi e con le gambe molli, malati, come diceva Piero Calamandrei, di agorafobia.
L’indipendenza si difende senza calcoli e ad ogni costo, l’amore della verità può costare l’esistenza.
Ed essa si difende anche da chi la mina, in modo talvolta anche eversivo, dal nostro interno. Nella mia esperienza gli ostacoli più insidiosi sono sempre pervenuti dall’interno della nostra categoria: non sono pochi i magistrati, oramai, pienamente inseriti in un sistema di potere criminale che reagisce alle attività di controllo e che si muove, dal sistema, per evitare che sia fatta verità e giustizia su tanti fatti criminali inquietanti avvenuti nella storia contemporanea del nostro Paese.
Sono convinto che la magistratura non soccomberà definitivamente solo se saprà ancora esercitare la sua funzione senza paura, ma con coraggio, nella consapevolezza che anche da soli, nella solitudine propria della nostra funzione, quando ognuno di noi deve decidere e mettere la firma sui provvedimenti, e, quindi, valutare fatti e circostanze, lo farà senza farsi intimidire dalle conseguenze del suo agire.
La paura rende gli uomini schiavi, così come le decisioni dettate con un occhio a carriere e posti di comando sono destinate a mortificare le funzioni prima ancora che rendere indegne le persone che le rappresentano.
Quindi, in definitiva, la storia la dobbiamo scrivere anche noi, nel nostro piccolo mondo, pur nella consapevolezza che alcuni di noi pagheranno un prezzo ingiusto e magari anche molto duro, ma questo è per certi versi ineluttabile quando si è deciso di svolgere una funzione che ci impone di difendere, nell’esercizio della giurisdizione, i valori di uguaglianza, libertà, giustizia, verità, quali effettivi garanti dei diritti di cui i cittadini, ed in primis i più deboli, ci chiedono concreta tutela.

martedì, novembre 04, 2008

Povera Difesa...

Magari il Piave è ancora «calmo e placido», piuttosto sono i fanti a mormorare irritati. E non solo loro, l’Esercito Italiano: anche l’Aeronautica Militare, i Carabinieri e la Marina. Divise di terra, di cielo e di mare che oggi dovrebbero festeggiare in parata dietro al ministro della Difesa Ignazio La Russa la “Giornata delle Forze Armate” e il “90° anniversario dell’Unità Nazionale”, ma che invece sono in subbuglio e davvero arrabbiati. «Perché la festa, quella vera - ironizza un militare con più di qualche grado - ce l’hanno già fatta: in Finanziaria». Frutti avvelenati della cura dimagrante imposta dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti che a colpi di forbice ha tagliato alla cieca i bilanci di tutti i ministeri, Difesa incluso. E per le Forze armate il risultato è da fame: -838,1 milioni di euro nel 2009 rispetto all’anno in corso e un progressivo snellimento che porterà gli stanziamenti della Difesa a 18,9 miliardi nel 2011 contro i 21,1 del 2008. Dati che non circolano clandestini su blog e newsletter ma che il ministero ha messo nero su bianco nella propria nota illustrativa alla Finanziaria. E il saldo ampiamente negativo, hanno scritto gli uffici della Difesa, «rischia di compromettere irrimediabilmente le capacità produttive». Particolarmente complicata la situazione per la funzione Difesa, dove le previsioni di spesa per il 2009 registrano -7% rispetto al 2008 (14.339 milioni contro i 15.408, lo 0,87% del Pil rispetto all’1,42% di media europea). Meno 7% nel prossimo anno anche per le spese per il personale militare e civile, una sforbiciata che salirà al 40% a decorrere dall’anno 2010 per le risorse «destinate alla professionalizzazione». Soldi che, in pratica, metteranno in discussione sia l’assunzione di nuovo personale che la stabilizzazione dei «precari» che già da anni vestono la divisa. Non sono migliorinemmeno le notizie riguardo al settore “esercizio”, ossia a quei fondi che servirebbero per la manutenzione dei mezzi e l’addestramento del personale. Il condizionale però, a leggere i segno negativi, è d’obbligo: -775,3 milioni rispetto al 2008 (-29,1%). E cosi, hanno scritto gli uffici della Difesa, i fondi «risultano assolutamente insufficienti per assicurare, sia pure al minimo livello, le attività di addestramento e formazione, le attività manutentive, scorte di materiali per uno strumento aderente agli impegni nazionali oltre a quelli Nato/Ue/Onu». Perché di questi ritmi, prosegue l’analisi ministeriale, c’è «il rischio di un progressivo decadimento operativo con una riduzione prossima all’azzeramento delle esercitazioni, delle ore di moto e di volo». E il calcolo è presto fatto: grazie ai nuovi tagli imposti dal governo, infatti, nel 2009 «l’Esercito potrà svolgere circa 2.880 esercitazioni a fronte delle 7.500 del 2008. La Marina disporrà di circa 29.800 ore di moto a fronte delle 45.000 del 2008. L’Aeronautica potrà effettuare circa 30.000 ore di volo a fronte delle 90.000 del 2008». Niente male se si considera che soltanto poche settimane fa, nella relazione annuale del 2008 al parlamento, il ministero della Difesa denunciava che «il livello addestrativo complessivo è sceso ampiamente sotto il livello di guardia». Per correre ai ripari, allora, altri tagli. Anche alla manutenzione, giusto perché non si ripetano più casi simili a quello dell’incidente capitato due settimane fa in Francia ad un elicottero dell’Aeronautica italiana che ha causato la morte di otto militari. Così se nel 2009 il livello di efficienza sarà garantito per una percentuale di mezzi fra il 45 e il 65%, nel 2012 si arriverà ad un numero «prossimo allo zero». E anche questo, è scritto nero su bianco sui documenti ministeriali. «In pratica - scherzava amaramente proprio ieri un alto esponente della Difesa - è come avere una Ferrari e non i soldi per mettere la benzina o cambiare le gomme». E per il futuro, le cose difficilmente potranno migliorare visto che, in assoluta coerenza con quanto fatto ad esempio per la ricerca, il governo ha deciso di tagliare 750 milioni di euro (-22,1%) ai fondi del settore “investimento”. Una scelta che secondo i tecnici del ministro la Russa causerà «un forte rallentamento dell’adeguamento tecnologico della Difesa». Dati che non lasciano troppi dubbi sul futuro che attende le Forze Armate italiane. Tagli che colpiscono «in modo particolare il settore del personale e dell’esercizio - si legge nella relazione scritta dal ministero della Difesa - destinati nei due anni successivi a raggiungere condizioni di degrado tali da risultare difficilmente recuperabili, con conseguenti riflessi anche sugli impegni internazionali, sia in termini di presenza negli Organismi e comandi permanenti, sia per quanto attiene al contributo di Forze permanentemente date disponibili a Nato/Ue ed alla partecipazione di Missioni all’estero». Un grido d’allarme altissimo di fronte al quale, per logica e coerenza, un ministro dovrebbe dimettersi in polemica con il proprio governo. E La Russa invece che fa? Si mette da parte un fondo di 3 milioni di euro, sottratti al bilancio della scuola, e ci organizza la festa di chi invece non avrebbe proprio nulla da festeggiare. Una scelta che ha fatto infuriare sia le rappresentanze sindacali delle Forze Armate, i Cocer, che molte divise. «La manifestazione conclusiva di Roma - si è difeso La Russa - vedrà la partecipazione di Andrea Bocelli, Fabrizio Frizzi e Rita Dalla Chiesa, bande e 150 tra orchestrali e coristi e avrà un costo di 300mila euro. Altri 200mila andranno per la comunicazione istituzionale e 250mila per l’occupazione del suolo pubblico».

Massimo Solani, l'Unità 4 novembre

venerdì, ottobre 10, 2008

Giustizia per Riccardo

Riccardo aveva 34 anni quando morì ammanettato mani e piedi nella sua abitazione alla periferia di Trieste. Intorno a lui almeno quattro poliziotti che adesso rischiano di finire sotto processo per omicidio colposo: Francesca Gatti, Mauro Miraz, Maurizio Mis e Giuseppe De Biasi. Per loro, infatti il pubblico ministero Pietro Montrone ha presentato tre giorni fa la richiesta di rinvio a giudizio al gip Enzo Trucellito. Una vicenda terribile che approda finalmente in un’aula di Tribunale dopo quasi tre anni di una battaglia legale condotta in ostinata solitudine da una famiglia ferita e offesa. Dallo Stato. Una battaglia iniziata il 27 ottobre del 2006, quando su Borgo San Sergio era già sceso il buio. Al quarto piano di una palazzina Ater c’è Riccardo Rasman: ha 34 anni e da diverso tempo è in cura al Centro Igiene Mentale di Domio. Ha una pensione da invalido per problemi psichici iniziati molti anni prima, dopo lunghi mesi di sevizie e atti di nonnismo a cui era stato costretto, spesso con la violenza, durante il servizio militare. Riccardo è felice perché forse ha trovato un lavoro e nel monolocale che aveva avuto in affitto, pur vivendo ancora coi genitori, festeggia a modo suo. La musica di una radiolina, qualche petardo lanciato fuori dalla finestra e una goffa danza, nudo alla finestra. I vicini si lamentano e chiamano la Polizia, che interviene con una volante. Gli agenti bussano alla porta, ma Riccardo si rifiuta di aprire. È spaventato, grida e li minaccia. Qualcuno dei vicini avverte gli agenti, spiega loro chi è Riccardo e racconta che di lui si sono presi cura i medici del Cim. Eppure la polizia decide di intervenire lo stesso. Arrivano altri due mezzi e i Vigili del Fuoco sfondano la porta. Ne nasce una violentissima colluttazione, Riccardo viene ferito e perde sangue. Prima di essere immobilizzato da almeno quattro agenti si difende, ma prende pugni in faccia e colpi sul resto del corpo. Forse anche, ipotizza la procura, con il piede di porco che era stato usato per sfondare la porta. Lo ammanettano, le braccia piegate dietro la schiena, le caviglie bloccate con un fil di ferro. Riccardo respira affannato, si lamenta. Perde conoscenza e muore in pochi minuti, la faccia gonfia per le botte, livida per quel respiro strozzato in gola e sporca di sangue. Come il muro contro cui gli agenti lo hanno spinto, le lenzuola del letto e le piastrelle bianche del pavimento. I poliziotti, ricostruisce il pm nell’atto di chiusura delle indagini, «dopo essere riusciti a spingerlo a terra in posizione prona, al fine di immobilizzarlo e ammanettarlo, esercitavano sul tronco del Rasman, sia salendogli insieme o alternativamente sulla schiena che premendo con le ginocchia, un’eccessiva pressione che ne riduceva gravemente le capacità respiratorie». In questo modo, si conclude la ricostruzione del pubblico ministero, «procuravano al Rasman una asfissia “da posizione” che lo conduceva alla morte».
Ed è per questo motivo che sui quattro agenti pende adesso una richiesta di rinvio a giudizio per omicidio colposo: perché «eccedendo colposamente i limiti stabiliti dalla legge, ovvero imposti dalla necessità, per illecito adempimento di un dovere e per l’esercizio di una legittima difesa, cagionavano per colpa la morte di Riccardo Rasman». Ossia di quel ragazzo che prima dell’irruzione degli agenti aveva lasciato sul tavolo della cucina un biglietto poi ritrovato dalla famiglia: «Mi sono calmato, per favore non fatemi del male».
Tredici mesi prima, su una strada di Ravenna era morto Federico Aldrovandi. Anche lui picchiato a sangue da quattro agenti della Polizia ora sotto processo per omicidio colposo. Anche lui, secondo la procura, ucciso da una asfissia posturale. Un legame rosso sangue che unisce due destini e che ha spinto la famiglia Rasman ad affidarsi alle cure dell’avvocato Fabio Anselmo (che collabora Giovanni Di Lullo), lo stesso legale che da anni combatte al fianco di Patrizia Aldrovandi la sua battaglia per la giustizia. Contro lo Stato.

Massimo Solani, l'Unità 10 ottobre

venerdì, ottobre 03, 2008

Il solito Gentilini

Il sindaco sceriffo, deposta ormai da qualche anno la fascia tricolore del Comune di Treviso, non s’è mai tolto dal petto la stella e dalla bocca l’eloquio forbito che in passato gli è valso tanti titoli di giornale quanti fascicoli di inchiesta della magistratura. L’ultima è notizia di ieri e arriva da Venezia, dove la procura ha aperto una indagine contro il vice sindaco di Treviso per le frasi rivolte dal palco durante la festa della Lega Nord nella città della laguna, il 14 settembre scorso. «Istigazione all’odio razziale», l’ipotesi di reato che i pubblici ministeri contestano all’esponente leghista. La stessa accusa per cui, un anno fa, la procura di Treviso lo iscrisse nel registro degli indagati per le sue parole sulla «pulizia etnica» degli omosessuali e per cui fu assolto in primo grado nel 2000: quando propose di far vestire da leprotti gli extracomunitari per far allenare le doppiette trevigiane.
E a Venezia Gentilini era tornato a cavalcare il suo vecchio cavallo di battaglia, tuonando contro i clandestini e l’Islam: «Voglio la rivoluzione contro i clandestini - aveva urlato rosso in viso davanti ad una folla plaudente di camicie verdi - Voglio la rivoluzione contro i campi dei nomadi e degli zingari. Io ne ho distrutti due a Treviso. Voglio la rivoluzione contro quelli che vogliono aprire le moschee e i centri islamici qui, comprese le gerarchie ecclesiastiche. Voglio la rivoluzione contro i phone center i cui avventori si mettono a mangiare in piena notte e poi pisciano sui muri: che vadano a pisciare nelle loro moschee». Un crescendo di bestialità e insulti che non hanno risparmiato nè i magistrati nè i giornalisti: «Se Maroni ha detto tolleranza zero, io voglio la tolleranza doppio zero - ha tuonato - Voglio la rivoluzione contro le televisione i giornali che infangano la Lega. Prenderò dei turaccioli per ficcarli in bocca e su per il culo a quei giornalisti. Voglio la rivoluzione contro la magistratura. Ad applicare le leggi devono essere i giudici veneti. Queste sono le parole del vangelo secondo Gentilini».
Del resto i rapporti fra Gentilini e le toghe sono da sempre burrascosi, e le tensioni negli anni sono cresciute di pari passo con la volgarità e la pesantezza delle esternazioni del “sindaco sceriffo”. Che, forte del consenso elettorale in una delle roccaforti del Carroccio, è diventato un po’ il simbolo di una certa Lega dai toni violenti e razzisti. Tanto che nel febbraio del 2001 il Viminale lo richiamò all’ordine invitandolo a «mantenere atteggiamenti confacenti» pena «spiacevoli conseguenze». Minacce che non hanno spostato di un millimetro la barricata da cui Gentilini combatte da anni contro omosessuali, clandestini e persino animali. Se infatti fecero sorridere tutta Italia le sue battaglia contro i cigni del Sile (gennaio 2003) o contro i cani «di razza straniera» (maggio 2008), decisamente più seria e grave la lunga lista di esternazioni sul filo fra la volgarità populista e il razzismo più smaccato. Contro gli extracomunitari («da rimandare a casa nei vagoni piombati», disse nel maggio 2001, «bisogna prendergli anche le impronte del naso», settembre 2002) e «i culattoni per cui serve una pulizia etnica». Ma dalle minacce di Gentilini non si salvò nemmeno la candidata sindaco di Treviso del centrosinistra, Maria Luisa Campagner. Lui, infatti, si presentò in piazza al momento dei primi exit poll, il 26 maggio del 2003, e sventolando in aria tre lunghi chiodi minacciò: «Serviranno per appendere l’orsetta siberiana e scotennarla piano piano, come si fa con la pelle di un coniglio». Ma lui è così, e non si ferma: «Io sono abituato ad essere un tribuno - spiegava ieri - questa è la mia eloquenza, non posso mettermi il silenziatore sennò non sarei Gentilini».

Massimo Solani, l'Unità 3 ottobre

lunedì, settembre 08, 2008

Buone notizie

All'arrivo in redazione ho trovato questa lettera ad aspettarmi.

"Sono lieto di comunicarLe che il Tribunale di Roma, con sentenza n. 12627/08 del 12.6.08, ieri comunicata, ha rigettato le domande proposte da Salvatore Cuffaro nei confronti di Nuova Iniziativa Editoriale Spa, F. Colombo e M. Solani, condannandolo al pagamento delle spese di lite, come da dispositivo che allego in copia. (...)

L'ex presidente della Regione Sicilia mi aveva querelato per l'articolo "Gli affari del governatore corrono su gomma" pubblicato su l'Unità del 24 luglio 2002 dopo la strage ferroviaria di Rometta Marea, in provincia di Messina. Ve lo ripropongo:

"Una volta era il treno, l’odore stantio delle carrozze, pensieri di viaggio lungo due linee che corrono parallele a solcare il paese e raggiungerne anche i più sperduti angoli. Cartoline d’una Italia lontana e romantica, preistorica rispetto al boom consumistico degli anni del dopoguerra, del miracolo italiano di una automobile per famiglia. Cartoline che nella Sicilia dei 1500 chilometri di strada ferrata sono al tempo stesso, sconosciute ai più eppure ancora attuali. Da una parte le
ferrovie, poche e fatiscenti, «degne dell’Italia di Cavour» commenta qualcuno, dall’altra i paesi, le città sperdute il cui nome non compare nemmeno sulle rassicuranti tabelle blu che
popolano ogni stazione ferroviaria dello stivale. Perché in Sicilia, per muoversi di città in città, nella stragrande maggioranza dei casi non si può nemmeno immaginare di salire su un treno, per quanto malandato possa essere, e non resta altra soluzione che affidarsi agli autobus. Più efficienti, sicuramente più veloci, comunque presenti. Perché per una rete ferroviaria disegnata a lambire in pratica soltanto le splendide coste siciliane, esiste tuttavia una rete parallela di trasporto, su gomma, che supplisce alle carenze del sistema ferroviario, lo completa e si arricchisce portando da un lembo all’altro dell’isola tutta quella gente che, magari non potendo disporre di un automobile, è comunque costretta a muoversi lungo le strette strade dell’interno. Un affare miliardario, un business colossale in cui si affrontano decine e decine di aziende, da quelle a conduzione familiare a quelle molto più estese e ramificate. Un giro di denaro che, è evidente, si nutre dei disservizi del sistema ferroviario e che da sciagure come quella capitata la sera di sabato scorso è pronto a trarre il massimo giovamento, sfruttando anche le paure della gente magari non più così sicura che il treno sia il mezzo di trasporto più sicuro al mondo. Ne sa qualcosa anche il presidente della Regione Totò Cuffaro. Lo sa bene «Zu vasa vasa» cosa significa portare la gente dai più sperduti angoli dalla Sicilia alle città, fare tappa nei paesini talvolta sconosciuti anche alle cartine stradali e poi riportarli indietro, con puntualità e efficienza. Non è un caso infatti che il nome Cuffaro campeggi su moltissimi degli autobus che quotidianamente partono da Agrigento per raggiungere Palermo e molti altri centri abitati, coprendo moltissime tratte e staccando biglietti a centinaia e centinaia di passeggeri. Quell’azienda, «la Cuffaro Angelo e Raffaele» con sede a Raffadali pochi passi fuori da Agrigento, esiste da anni ed è da sempre gestita dal padre del Governatore e dallo zio. Non veicoli sgangherati come quelli di una Sicilia oramai affidata soltanto ai film e sopra le quali la gente buttava le proprie valige. La «corriera» oggi è un mezzo tecnologico, autobus dotato di tutti i confort, «compresa l’aria condizionata» raccontano i viaggiatori più assidui. L’azienda di famiglia, però, cogli anni è cresciuta fino a diventare una delle maggiori autolinee dell’isola sfruttando la mole impressionante di viaggiatori che quotidianamente affollano la tratta Agrigento-Palermo, vero pezzo forte dell’offerta aziendale, e riuscendo a toccare col proprio servizio anche quei centri meno frequentati ma disperatamente bisognosi di un collegamento col resto della regione. La «Cuffaro Angelo e Raffaele», dicono i maligni, è cresciuta con la stessa velocità con cui il giovane rampollo di famiglia ha costruito la propria scalata politica fatta di Dc prima e di Forza Italia poi. Uno che fa i soldi con le corriere, dicono gli stessi maligni, come potrebbe oggi volere che le ferrovie diventino in Sicilia efficienti e affidabili? Dubbi e malignità, ma certo è che contro il governatore della Sicilia hanno già puntato il dito in molti, primi fra tutti i sindacati. «Furono Miccichè e Cuffaro a comunicare lo stop ai lavori per il raddoppio della tratta ferroviaria Messina-Palermo» ha attaccato due giorni fa Maurizio Bernava, segretario della Cisl nella città dello stretto. Critiche ripetute qualche ore più tardi anche da Salvo Giglio della Cgil e che non sono affatto piaciute a Totò Cuffaro. Il raddoppio di quegli oltre 200 chilometri, ha risposto il presidente della Regione, «è una delle priorità indicate dal governo regionale nell'accordo di programma quadro dei trasporti. Il problema da risolvere è quello del reperimento delle risorse che, in questa prima fase, non è sufficiente a coprire il costo dell'intera opera». Solo un problema di soldi, quindi, quegli stessi soldi che arriveranno in quantità mai immaginate fino ad ora se il cammino della costruzione del Ponte sullo Stretto non troverà ostacoli sulla propria strada. La paura di Cuffaro, però, è che mentre da Roma si spenderanno forze e fondi per il mega progetto che legherà l’isola al «Continente», potrebbe spettare invece alla Regione farsi carico del risanamento di un sistema ferroviario che appare oramai a tutti inservibile e che, verrebbe da dire se non suonasse a sfregio in questi giorni di siccità, fa acqua da tutte le parti. «Non accetteremo che scarichino sulla Sicilia un sistema ferroviario in queste condizioni, con evidenti problemi di sicurezza e improduttivo - ha ringhiato ieri il Presidente - È interesse dei siciliani che i vertici delle Ferrovie e lo stato facciano quanto compete loro per mettere la Sicilia alla pari delle altre regioni». Nel frattempo, comunque, una assicurazione ai cittadini Cuffaro potrà darla senza problemi: le autolinee, in Sicilia, funzionano a dovere.

Immigrati fra le bombe, mica male...

Adesso ci sono le granate e proiettili calibro 30 millimetri. Domani potrebbero essere immigrati irregolari in attesa di espulsione. Adesso ci sono tonnellate e tonnellate di armamenti pesanti, domani centinaia di disperati da identificare, schedare e spesso rispedire in patria. Addormentati su una brandina a poche decine di metri da una “Santa Barbara” piena zeppa di materiale esplosivo, in fila per un pasto sulla linea d’orizzonte delle collinette che nella pancia custodiscono missili terra-terra e sistemi d’arma.
Succede, o meglio potrebbe succedere, a Baiano, una popolosa frazione di Spoleto in provincia di Perugia. Dove su un’area di circa 160 ettari sorge lo “Stabilimento militare per il munizionamento terrestre” (Smmt), lo Spolettificio per la gente del posto, che da decenni produce, smaltisce e immagazzina munizionamento militare. O meglio, produceva visto che la fabbricazione è praticamente ferma dal 10 aprile 2005 quando una terribile esplosione, causata da materiale difettoso dissero i periti, rase al suolo alcuni dei 150 edifici che compongono lo stabilimento. Non ci fu nessuna vittima, e fu praticamente un miracolo visto che l’onda d’urto mandò in frantumi i vetri delle abitazioni in un raggio di alcuni chilometri. Una tragedia sfiorata che non sembra preoccupare molto il ministero dell’Interno visto che proprio in queste ore sono in corso febbrili colloqui con le Prefetture per verificare la fattibilità di un progetto che sembra assurdo: stabilire proprio nello “Stabilimento militare per il munizionamento terrestre” di Baiano di Spoleto il nuovo Cpt (o Cie, centro di identificazione ed espulsione secondo la nuova dicitura ministeriale) che Maroni vorrebbe fosse realizzato in Umbria.
E poco importa se i 230 lavoratori occupati nello stabilimento, dopo una crisi che ne ha messo a rischio i posti di lavoro, vedono ora la luce in fondo al tunnel in attesa del via libera del ministero della Difesa per la ripresa della produzione di una nuova bomba a mano, il Viminale ha individuato nello Spolettificio la sede ideale per il nuovo Cie. Meglio dell’Isola Polvese di cui si era parlato nelle scorse settimane, una novella Alcatraz al centro del Lago Trasimeno, meglio dell’area della Protezione Civile a Colfiorito. Meglio anche delle palazzine della Scuola di Polizia di Spoleto.
Certo c’è il piccolo dettaglio di quelle mille tonnellate di materiale esplosivo (stando ai numeri contenuti in una interrogazione presentata qualche mese fa in consiglio regionale da alcuni esponenti del centrodestra) conservate nella pancia delle collinette che sorgono nell’area dello Spolettificio. Ma il ministero dell’Interno non sembra troppo preoccupato e anzi in queste ore ha incassato anche qualche “ni” da parte dei sindacati di polizia. Certo non dalla politica visto che contro il progetto del nuovo Cpt si è coagulato un fronte compatto e trasversale, dalla sinistra estrema al Pdl, che minaccia di mettersi di traverso in ogni modo al progetto dei tecnici del ministro Maroni. «È un’area assolutamente inadatta», attaccava nei giorni scorsi il consigliere regionale del Pd Giancarlo Cintioli. «Non se ne parla nemmeno», gli faceva eco il vicepresidente del consiglio provinciale di Perugia, nonché capogruppo di An in consiglio comunale a Spoleto, Giampiero Panfili.
Una contrarietà che sarà presto espressa anche a Marco Airaghi, l’ex parlamentare di Alleanza Nazionale che dal giugno scorso guida l’Agenzia Industrie della Difesa “proprietaria” dello Smmt, nella visita che è già in programma a Baiano di Spoleto. Perché sono molti i motivi di preoccupazione per la scelta del Viminale. «A questo punto - ironizzava ieri Bruno Piernera, segretario comprensoriale della Cisl, il sindacato più rappresentativo fra i lavoratori dello Spolettificio - possono portarci direttamente gli immigrati clandestini affiliati ad Al Qaeda. Non faranno fatica a trovare armi». Sempre che non saltino in aria prima.

Massimo Solani, l'Unità 8 settembre

giovedì, agosto 28, 2008

Refuso freudiano?

«Stavo rileggendo proprio in questi giorni l’intervista del giudice Falcone a Marcello Padovani. Sono convinto che lui sia un monumento morale della nostra patria». Lo ha detto il ministro Alfano rispondendo ad una domanda del direttore de “Il Giornale” Mario Giordano a proposito della “paternità” di Giovanni Falcone di alcune delle norme contenute nella riforma della giustizia. Marcello Padovani, chi è costui? E che libro ha letto il Guardasigilli? Adesso, forse, si capisce perché secondo Berlusconi e lo stesso Alfano il giudice ammazzato dalla mafia a Capaci il 23 maggio del 1992 sarebbe stato un fervido sostenitore della “loro” separazione delle carriere, della riforma in senso politico del Csm e dell’abrogazione dell’azione penale. Hanno consultato il libro sbagliato! Avessero letto invece “Cose di Cosa Nostra”, scritto da Falcone e dalla giornalista francese Marcelle Padovani, certi pensieri non gli sarebbero mai venuti. Ma c’è sempre tempo per rimediare.

Massimo Solani, l'Unità 28 agosto

giovedì, agosto 21, 2008

Giù le mani da Falcone

Ebbene sì, sono finite anche quest'anno. Neanche il tempo do tornare al lavoro e leggo con sbigottimento una intervista del settimanale Tempi (vicino a Comunione e Liberazione) in cui il presidente del Consiglio Berlusconi annuncia di voler realizzare "molte delle idee di Giovanni Falcone" nella prossima riforma della giustizia. A partire da "separazione dell'ordine degli avvocati dell'accusa dall'ordine dei magistrati, indirizzo dell'azione penale superando l'attuale ipocrisia della finta obbligatorietà, criteri meritocratici nella valutazione del lavoro dei magistrati". Non ho mai avuto il piacere di conoscere Giovanni Falcone, ma ho letto molto. Molto del suo lavoro, molto di quanto scritto su di lui dai suoi colleghi magistrati, molto delle inchieste sul suo assassinio. E non ho mai trovato da nessuna parte anche solo un vago accenno alle cose indicate da Berlusconi. Che da buon piazzista, evidentemente, ha deciso di usare la figura di un eroe morto per spacciare la sua immondizia agli italiani. Bella roba. Del resto lo fece già con Marco Biagi per far passare una delle leggi più vergognose della storia d'Italia.
Ai lucidissimi deliri del leader di Forza Italia ha risposto giustamente il pubblico ministero antimafia di Palermo Antonio Ingroia, uno che Falcone lo ha conosciuto davvero. "Forse il presidente Berlusconi non ha ben chiare quali fossero le idee di Falcone, visto che Falcone non ha parlato mai di avvocati dell'accusa per indicare i pm essendo anche lui un pm di riconosciuto equilibrio, nè la necessità di un indirizzo dell'azione penale. Chi ha conosciuto bene Falcone a Palermo, invece sa quali fossero le idee per la giustizia - ha continuato Ingroia - e
siccome il suo chiodo fisso era la lotta alla mafia, per la quale si è sacrificato, sarebbe bene che il presidente Berlusconi se volesse davvero mettere in pratica le idee di Falcone di fronte ad una mafia che è ritornata a imperversare nel Paese, uccidendo in Calabria e in Campania, si dedichi all'urgente approvazione di un testo unico antimafia, un testo unico anti riciclaggio, la costituzione di un'agenzia per la gestione dei beni confiscati alla mafia e pensi alla dotazione di uomini, mezzi e strumenti legislativi ai magistrati e strumenti alle forze dell'ordine invece che tagliare sui fondi destinati a giustizia e sicurezza e sugli strumenti legislativi a disposizione, come dimostra il disegno di legge sulle intercettazioni e il progetto di riforma della magistratura".
Poi la chiosa finale: "È la mafia che va colpita e non la magistratura".

Chissà cosa avrebbe detto Giovanni Falcone dello stalliere Mangano, del senatore Dell'Utri condannato per mafia, delle frequentazioni mafiose del presidente del Senato Schifani. Tutti amici, loro sì, del presidente del consiglio Berlusconi. E cosa avrebbe detto l'uomo ucciso a Capaci delle parole del presidente del Consiglio sulla "magistratura metastasi della democrazia"? Sono forse queste le idee che Berlusconi vuole realizzare?

lunedì, luglio 14, 2008

Giustizia è sfatta

Luigi De Magistris dovrà lasciare il tribunale di Catanzaro per andare a ricoprire un ruolo “giudicante” in un’altra sede. Niente più inchieste, niente più procura. Le Sezioni Unite della Cassazione hanno infatti dichiarato inammissibile il ricorso dell’ormai ex sostituto procuratore di Catanzaro contro la sentenza della Disciplinare del Csm che a gennaio lo aveva condannato alla censura e al trasferimento di sede e di funzione. Inammissibile anche il ricorso presentato dal ministreo della Giustizia: per gli ermellini, infatti, i documenti inviati da De Magistris e dal dicastero di via Arenula sono arrivate fuori dai termini convenuti per legge. Una decisione che di fatto rende esecutiva la sentenza della Disciplinare e che, per il magistrato campano, significa un imminente trasferimento da Catanzaro. Già in settimana, infatti, la terza commissione del Csm si attiverà per dare corso alla pratica che, molto probabilmente, renderà effettivo il trasferimento di De Magistris già a settembre. Dal canto suo ieri il magistrato ha interrotto un silenzio che durava da mesi, dal giorno della sentenza della Disciplinare, mantenuto ocn riserbo nonostante la procura di Salerno (che indaga sui suoi esposti in merito ai condizinamenti sulle inchieste che gi sono state poi “scippate”) avesse di fatto confermato buona parte delle sue accuse contro politica e settori dela magistratura. Un “complotto” che condizionò il suo lavoro fino a costringerlo a violare le norme per tutelare la segretezza del suo lavoro investigativo. «Esco da questa vicenda a testa alta, anche se molto amareggiato - commentava ieri - Le modalità con le quali si è svolto il processo disciplinare e l’esito di uno dei procedimenti presso la procura di Salerno, rendono comunque evidente a tutti come stanno le cose». «Sono orgoglioso e fiero di appartenere a quella magistratura che viene punita perchè fa il proprio dovere - ha proseguito De Magistris - Prendo atto di questa decisione della Cassazione su una vicenda che pretendeva, per chi ha a cuore la giustizia, ben altro intervento giudiziario. Spero di potere ottenere copia del provvedimento in modo da incorniciarlo nel mio ufficio insieme alla sentenza del Csm - ha poi ironizzato De Magistris - in modo da spiegare a tutti quelli che me lo chiederanno che esistono due magistrature: una che lavora con sacrificio ed abnegazione, che pratica l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e che non piega la schiena di fronte a niente; un’altra che punisce proprio quei magistrati che individuano le deviazioni criminali all’interno delle istituzioni, magistratura compresa, e che pagano un prezzo proprio per questo».

giovedì, luglio 03, 2008

Bentornata a casa Ingrid

Sei anni lunghissimi. Sei anni di paura e speranza, appelli e disillusioni. Bentornata Ingrid.

venerdì, giugno 27, 2008

Assolta

A Clementina Forleo è andata meglio di quanto non capitò a Luigi De Magistris. Assolta - "perchè il fatto non costutuisce reato" - dalla sezione disciplinare del Csm. E una vittoria importante per il gip di Milano, ma la guerra non è finita. Su di lei pesa ancora una richiesta di trasferimento da Milano per incompatibilità ambientale (il Plenum del Csm deciderà pesto) e una azione disciplinare promossa dalla procura generale della Cassazione. Ho fissato i suoi occhi mentre ascoltava la sentenza letta da Mancino: erano gli occhi di una donna felice. Era commossa. «Avere fiducia nella
giustizia prima o poi ripaga», ha detto uscendo dall'aula Bachelet. «Se si ha onestà e dignità di andare avanti fino in fondo senza cedere di fronte a nulla - ha proseguito - la verità viene fuori. Ora, siccome il tempo è galantuomo spero che anche il collega Luigi De Magistris abbia prima o poi giustizia».

Lo speriamo anche noi, Clementina.

P.S. Vorrei parlare del nuovo Lodo Schifani (Lodo Alfano? Lodo Ghedini? come si chiama sta nuova porcata?) ma preferisco lasciar perdere. Mi tengo quel poco di buono questa giornata ci ha dato.

mercoledì, giugno 25, 2008

Senza vergogna. Senza limiti.

E qualcuno ancora si sforza di dialogare, di accettare i suoi diktat e offrirgli aiuto per approvare un nuovo Lodo che gli garantisca immunità e impunità. Ma come si può dialogare con chi mostra tanto spregio per le istituzioni e gli equilibri di una Repubblica? Come si può trattare dietro le quinte per concedergli aperture magari in cambio delle briciole? Davvero non so spiegarmelo... Per fortuna quei fiscjhi, almeno un sussulto di dignità di un paese che sembra invece non averne più. (Il video è tratto da Repubblica Tv)


P.S. (molto frivolo): ho fatto qualche cambiamento al blog, mi piacerebbe sapere cosa ne pensate... i mezzi sono i soliti. Commenti (pochi) mail (qualcuna in più) telefonate o quello che preferite.


venerdì, giugno 20, 2008

Meglio bugiardo o ignorante?

Siamo abbastanza disillusi e cinici per accettare che il presidente Berlusconi non ammetta nemmeno sotto tortura che le norme "blocca processi" servono in realtà ad ad evitare che il suo problemino con la giustizia arrivi a sentenza (Dear President, remember David Mills?). Quello che non accettiamo, piuttosto, è che un presidente del Consiglio non conosca nemmeno, o quantomeno finga, le norme che i suoi giannizzeri gli disegnano addosso per salvarlo dai magistrati comunisti.
Oggi, ad esempio, parlando a Bruxelles dei due famosi emendamenti Vizzini-Berselli, Berlusconi ha dichiarato candidamente (senza nessuno che glielo facesse notare, ma anche a questo siamo abituati) che «non c'è nessuno stop, con le norme approvate si mettono da parte solo alcuni processi per consentire di far viaggiare più speditamente altri e non far uscire di galera rapinatori, stupratori e ladri». Si dà il caso, però, che lo stupro, il furto e la rapina facciano parte di quella lunghissima lista di reati per cui i processi saranno fermati per un anno proprio grazie alle norme volute dal centrodestra. Per conferma basta leggere le tabelle redatte dell'Associazione Nazionale Magistrati.

Bugiardo o ignorante?

lunedì, giugno 16, 2008

E adesso arrestateci tutti

Aderisco con entusiasmo all'appello lanciato da Marco Travaglio su l'Unità per sostenere la disobbedienza civile dei giornalisti contro la nuova (per fortuna ancora eventuale, ma la speranza è poca) legge sulle intercettazioni.

In un paese libero la stampa indaga e informa. Racconta fatti, svela retroscena, scava nelle vicende e nelle coscienze. In un paese libero la stampa libera risponde soltanto ai lettori e alla Costituzione. In un paese a libertà vigilata il potere spegne le televisioni e imbavaglia i giornalisti perché nessuno conosca i suoi vizi e punti il dito contro le sue azioni.

Non c'è paese libero senza una stampa libera.

Lo scrissi parlando del ddl Mastella sulle intercettazioni (assurdo anche quello, ma al peggio non c'è mai fine. Ce lo ha dimostrato il ministro della in-Giustizia Alfano) e lo ripeto oggi che un disegno di legge punta a disinnescare alcune delle più importanti inchieste della magistratura e minaccia le manette ai giornalisti. Colpevoli di voler fare il proprio mestiere, nulla di più nulla di meno.

Vogliono ridurci al silenzio? E noi non staremo zitti. Vogliono spedirci in carcere? Correremo il pericolo.

Personalmente, continuerò a pubblicare tutte le notizie di cui sarò possesso. E non ci sarà nessuna norma bavaglio che mi fermerà. Lo farò su l'Unità fin quando mi sarà permesso, e lo farò su questo blog fino al giorno in cui la polizia postale non interverrà. Da quel momento in poi, me ne inventerò un'altra. No problem. Ma state sicuro: io come molti altri non tacerò. Cronisti fino in fondo, a dispetto di chi ci vorrebbe pronisti.

venerdì, giugno 13, 2008

La rabbia di Angelino

Sono passati soltanto diciotto mesi, eppure qualcuno deve aver cambiato radicalmente idea. E soprattutto, non deve aver avvertito il ministro della Giustizia Alfano. Perché il tema dell’uso delle intercettazioni telefoniche non è certo una novità nell’agenda politica italiana. Semmai, gli elementi inediti sono le argomentazioni usate oggi dal centrodestra per agitare lo spettro del Grande Fratello e giustificare un duro intervento normativo. Argomenti che incautamente il Guardasigilli ha utilizzato di fronte alla Commissione Giustizia della Camera soltanto pochi giorni fa (sbandierando dati falsi e parziali, come hanno dimostrato tutte le inchieste giornalistiche), ma che lo stesso organo del Senato aveva smontato diciotto mesi fa in una relazione approvata all’unanimità. Ossia votata anche dai senatori di quello stesso centrodestra che ora si straccia le vesti e chiede una legge che fermi lo scempio investigativo. Due, in particolare, le domande da cui prendeva le mosse l’indagine conoscitiva: in Italia si fanno troppe intercettazioni? E per troppi reati? «Spesso - è la risposta fornita dal documento conclusivo - si risponde a tali quesiti ricorrendo al confronto con gli Stati esteri e si ritiene di poter concludere con una “condanna” nei confronti del sistema italiano. Ma la realtà è ben diversa». E quello del confronto con gli altri stati è uno dei pezzi forti del ragionamento di Alfano, specie per quanto riguarda il numero delle utenze intercettate. Argomentazione confutata già 18 mesi fa. «Si osservi come, anche in paesi come la Francia o la Spagna o la Gran Bretagna o la Germania e persino gli Usa - era scritto nella relazione conclusiva dell’indagine conoscitiva - le intercettazioni siano di competenza soprattutto di autorità amministrative o di polizia, se non addirittura dei soli servizi di sicurezza». «Innanzitutto, per quanto alle volte utile e stimolante - proseguiva il documento approvato anche coi voti del centrodestra - non ha senso paragonare sistemi tra loro disomogenei; non ha senso in particolare paragonare i costi delle intercettazioni effettuate in Italia con i costi segnalati dall’estero, in quanto da noi le uniche intercettazioni legali sono quelle disposte dalla magistratura, mentre nei Paesi stranieri i controlli telefonici in questione vengono disposti ed effettuati principalmente da altro genere di autorita` (amministrative, di polizia o di sicurezza) che non fanno di certo conoscere facilmente casistica, numeri, dati e costi».
Argomento boomerang anche quello relativo al numero dei reati per cui l’ordinamento italiano prevede l’uso delle intercettazioni. Oggi, secondo il centrodestra, sono troppi. Diciotto mesi fa non era così: «non si può sostenere, nemmeno nel confronto con i sistemi normativi delle altre democrazie occidentali - si legge infatti nel testo approvato il 29 novembre 2006 anche con i voti del centrodestra - che il nostro sistema preveda un numero eccessivo di reati per i quali ex lege sia consentito disporre intercettazioni telefoniche. La semplice presa d’atto di quanto previsto negli Stati esteri già citati ci convince facilmente del contrario (...). La stessa durata delle intercettazioni e delle proroghe prevista nel nostro ordinamento non si discosta molto dalla durata di quanto consentito all’estero, anzi in alcuni casi la nostra normativa è sicuramente piu` restrittiva». Ora, qualcuno lo spieghi al ministro Alfano prima di altre figuracce.

Massimo Solani, l'Unità 13 giugno

Questo articolo, non è piaciuto affatto al ministro Alfano. Che oggi al termine della conferenza conclusiva del consiglio dei ministri, non ha mancato di farmelo notare. Rispondendo piccato, peraltro, e usando una dichiarazione del suo predecessore Mastella. Giro a voi la domanda... Guardate il filmato (dal minuto 11 in poi) e ditemi: sbaglio o le sue parole non smentiscono nulla di quanto scritto? Attendo suggerimenti da parte vostra.

giovedì, giugno 12, 2008

Piange il telefono...

Fra annunci e smentite, mal di pancia interni alla maggioranza e retromarce precipitose, inizia a delinearsi il testo del disegno di legge sulle intercettazioni che sarà presentato domani al consiglio dei ministri. Un’affannosa quanto inspiegabile corsa
contro il tempo che gli uffici competenti del ministero degli Interni e della Giustizia stanno conducendo da una settimana, da quando cioè Berlusconi ha lanciato il suo sasso nello stagno mandando in fibrillazione Camere, Quirinale e magistratura. Di ieri l’ultima versione comunicata ai cronisti: «Verrà prevista - ha spiegato Berlusconi - la possibilità di effettuare le intercettazioni soltanto per le indagini che riguardino reati con pene dai 10 anni in su». «Avrei semplificato dicendo mafia, camorra, terrorismo internazionale e basta», ha proseguito il premier, «ma in questo modo rientrano tutta una serie di reati che mi sembrano giusti: pedofilia, omicidio».
Rientrano, già. Più complicato e spinoso, invece, il capitolo dei reati che resteranno fuori se il testo (che non è ancora stato ultimato) effettivamente prevederà davvero il limite dei «10 anni in su». Una lunga lista di delitti, molto spesso perseguiti proprio attraverso le intercettazioni telefoniche, che d’ora in poi le procure saranno quasi impossibilitate a perseguire. Il tema più dibattuto è quello sulla corruzione: le intercettazioni, infatti, non potranno più essere utilizzate per scoprirne nessuna fattispecie. Nemmeno quella più grave di corruzione in atti giudiziari che è costata una condanna a cinque anni a Cesare Previti per la sentenza comprata a Roma sul Lodo Mondadori. Unica eccezione la corruzione per ottenere una ingiusta condanna. Molto dibattuto anche il capitolo dei reati finanziari, dall’insider trading all’aggiotaggio passando per le false comunicazioni al mercato. D’ora in poi, se la legge sarà approvata in questi termini, i vari Ricucci, Consorte, Gnutti e Fiorani potranno parlare al telefono delle loro scalate bancarie senza il timore di essere ascoltati e di vedersi le proprie parole usate in tribunale a sostegno delle accuse.
Ma la lista dei delinquenti che d’ora in poi potranno usare i cellulari senza timore è lunga. Nessun problema allora per le bande che organizzano i furti nelle ville: tanto le intercettazioni non saranno più utilizzabili nelle inchieste per furto, nemmeno aggravato. E se servirà leggere attentamente il testo della legge per capire cosa succederà con le intercettazioni telematiche (mail, chat e simili), per ora una cosa la si può già dire con certezza: il telefono non costituirà più alcun rischio per quanti in Italia si scambiano materiale pedopornografico, lo commerciano e lo detengono. Unico limite la produzione. Nessun timore di Grande Fratello giudiziario anche per gli indagati di truffa, che al cellulare potranno anche parlare di raggiri e organizzazioni per frodare l’Ue accaparrandosi finanziamenti miliardari. Del resto le intercettazioni telefoniche, a legge approvata, non si potranno utilizzare nemmeno in indagini sulle associazioni per delinquere semplici e non mafiose. Un po' quello che accadrà ai ricettatori non legati ai clan malavitosi e agli indagati di favoreggiamento semplice. Troppo tardi per l’ex presidente della Regione Sicilia Salvatore Cuffaro: se questa legge fosse stata approvata prima non avrebbe avuto alcun problema. Nemmeno per la rivelazione di segreto d’ufficio, che d’ora in poi sarà un reato non intercettabile. Come anche l’incendio: le conversazioni “rubate” dalla polizia giudiziaria servirono per incastrare alcuni dei responsabili del rogo del teatro La Fenice di Venezia, ma d’ora in poi non sarà più così.
Ben più complicata, invece, sarà la situazione se il testo che uscirà dalla Camera limiterà le intercettazioni soltanto per i reati puniti con una «pena superiore ai dieci anni», secondo la vulgata di cui si è parlato molto in queste ore. In quel caso, allora, i magistrati non potranno richiedere intercettazioni nemmeno per i casi di violenza sessuale, atti sessuali su minori, adulterazione e contraffazione di sostanze alimentari, usura, estorsione e omissione dolosa di misure cautelari sul lavoro. Il reato per il quale si è proceduto (e intercettato) per i presunti responsabili delle morti della Thyssen di Torino e per il Petrolchimico di Marghera. Tutto da chiarire, inoltre, anche il capitolo relativo al traffico di droga e armi che il codice di procedura penale disciplina in maniera a sè stante. Anche per questo, bisognerà aspettare il testo definitivo senza ascoltare le indiscrezioni.

Massimo Solani, l'Unità 12 giugno

martedì, giugno 10, 2008

Le bugie del ministro Alfano

E' inutile che io vi spieghi che cosa ne pensi del progetto di limitare le intercettazioni telefoniche ai soli reati di mafia e terrorismo. Semplicemente perché ne penso tutto il male possibile... e mi illudo che non ci sia nemmeno bisogno di illustrarvi il perché. Quello che più mi dà fastidio è che, per giustificare un simile scempio, un ministro della Giustizia si presenti alla Camera per raccontare tante e tali bugie da dubitare non solo della sua buona fede, ma persino della sue facoltà intellettive. ma riporto un illuminante articolo tratto dal Corriere della Sera scritto dal bravissimo Luigi Ferrarella. Tanto basta, non mi serve aggiungere altro.


Leggende spacciate per verità

di Luigi Ferrarella

Una sfilza di luoghi comuni, spacciati per verità, compromette la serietà della discussione sull’annunciato intervento legislativo sulle intercettazioni. Che siano «il 33% delle spese per la giustizia», come qualcuno ha cominciato a dire e tutti ripetono poi a pappagallo, è un colossale abbaglio: per il 2007 lo Stato ha messo a bilancio della giustizia 7 miliardi e 700 milioni di euro, mentre per le intercettazioni si sono spesi non certo 2 miliardi abbondanti, ma 224 milioni. Però è una leggenda ben alimentata. Si lascia credere il falso giocando sull’ambiguità del vero, cioè sul fatto che le intercettazioni pesano davvero per un terzo su un sottocapitolo del bilancio della giustizia: quello che sotto il nome di «spese di giustizia» ricomprende anche i compensi a periti e interpreti, le indennità ai giudici di pace e onorari, il gratuito patrocinio, le trasferte della polizia giudiziaria. Spese peraltro tecnicamente «ripetibili», cioè che lo Stato dovrebbe farsi rimborsare dai condannati a fine processo: ma riesce a farlo solo fra il 3 e il 7%, eppure su questa Caporetto della riscossione non pare si annuncino leggi-lampo.

«Siamo tutti intercettati» è altra leggenda che, alimentata da una bizzarra aritmetica «empirica», galleggia anch’essa su un’illusione statistica. Il numero dei decreti con i quali i gip autorizzano le intercettazioni chieste dai pm non equivale al numero delle persone sottoposte a intercettazione.

Le proroghe dei decreti autorizzativi sono infatti a tempo (15 o 20 giorni) e vanno periodicamente rinnovate; inoltre un decreto non vale per una persona ma per una utenza. Dunque il numero di autorizzazioni risente anche del numero di apparecchi o di schede usati dal medesimo indagato (come è norma tra i delinquenti).

«Le intercettazioni sono uno spreco» è vero ma falso, nel senso che è vero ma per due motivi del tutto diversi da quello propagandato. Costano troppo non perché se ne facciano troppe rispetto ad altri Paesi, dove l’apparente minor numero di intercettazioni disposte dalla magistratura convive con il fatto che lì le intercettazioni legali possono essere disposte (in un numero che resta sconosciuto) anche da 007, forze dell’ordine e persino autorità amministrative (come quelle di Borsa).

Invece le intercettazioni in Italia costano davvero troppo (quasi 1 miliardo e 600 milioni dal 2001) perché lo Stato affitta presso società private le apparecchiature usate dalle polizie; e in questo noleggio è per anni esistito un Far West delle tariffe, con il medesimo tipo di utenza intercettata che in un ufficio giudiziario poteva costare «1» e in un altro arrivava a costare «18». Non a caso Procure come la piccola Bolzano (costi dimezzati in un anno a parità di intercettazioni) o la grande Roma (meno 50% di spese nel 2005 rispetto al 2003 a fronte di un meno 15% di intercettazioni) mostrano che risparmiare si può. E già il ddl Mastella puntava a spostare i contratti con le società private dal singolo ufficio giudiziario al distretto di Corte d’Appello (26 in Italia).

L’altra ragione del boom di spese è che, ogni volta che lo Stato acquisisce un tabulato telefonico, paga 26 euro alla compagnia telefonica; e deve versare al gestore circa 1,6 euro al giorno per intercettare un telefono fisso, 2 euro al giorno per un cellulare, 12 al giorno per un satellitare. Qui, però, stranamente nessuno guarda all’estero, dove quasi tutti gli Stati o pagano a forfait le compagnie telefoniche, o addirittura le vincolano a praticare tariffe agevolate nell’ambito del rilascio della concessione pubblica.

«Proteggere la privacy dei terzi», nonché quella stessa degli indagati su fatti extra-inchiesta, non è argomento (anche quando sia agitato pretestuosamente) che possa essere liquidato con un’arrogante alzata di spalle. Ma è obiettivo praticabile rendendo obbligatoria l’udienza-stralcio nella quale accusa e difesa selezionano le intercettazioni rilevanti per il procedimento, mentre le altre vengono distrutte o conservate a tempo in un archivio riservato. E qui proprio i giornalisti dovrebbero, nel contempo, pretendere qualcosa di più (l’accesso diretto a quelle non più coperte da segreto e depositate alle parti) e accettare qualcosa di meno (lo stop di fronte alle altre).

Prima di dire poi che «le intercettazioni sono inutili»andrebbe bilanciato il loro costo con i risultati processuali propiziati. Ed è ben curioso che, proprio chi ha imperniato la campagna elettorale sulla promessa di «sicurezza» per i cittadini, preveda adesso di eliminare questo strumento che, per fare un esempio che non riguarda la corruzione dei politici, ha consentito la condanna di alcune delle più pericolose bande di rapinatori in villa nel Nord Italia, e ancora ieri ha svelato a Milano il destino di pazienti morti in ospedale perché inutilmente operati solo per spillare rimborsi allo Stato. Senza contare (c’è sempre del buffo nelle cose serie) che proprio Berlusconi ben dovrebbe ricordare come un anno fa siano state le intercettazioni, che ora vorrebbe solo per mafia e terrorismo, a «salvare» in extremis da un sequestro di persona il socio di suo fratello Paolo.

Ma il dato più ignorato, rispetto al ritornello per cui «le intercettazioni costano troppo», è che sempre più si ripagano. Fino al clamoroso caso di una di quelle più criticate per il massiccio ricorso a intercettazioni, l’inchiesta Antonveneta sui «furbetti del quartierino». Costo dell’indagine: 8 milioni di euro. Soldi recuperati in risarcimenti versati da 64 indagati per poter patteggiare: 340 milioni, alcune decine dei quali messi a bilancio dello Stato per nuovi asili. Il resto, basta a pagare le intercettazioni di tutto l’anno in tutta Italia.