sabato, maggio 16, 2009
giovedì, gennaio 29, 2009
Da Lampedusa a Trieste
E' una storia che non conoscerà mai fine...
Ma con la mente e l'indignazione voglio volare dall'altra parte dell'Italia, a Trieste. Dove il Gup, con rito abbreviato, ha condannato tre dei quattro poliziotti che erano accusati dell'omicidio (colposo) di Riccardo Rasman. Sei mesi di reclusione, una miseria per la morte di un ragazzone inoffensivo a cui la natura aveva donato un cuore enorme e la testa di un bambino nel corpo di un gigante. Alla famiglia, beffa che si aggiunge al danno, andranno 20 mila euro di risarcimento. Una vergogna. La sua storia l'avevo raccontata qualche tempo fa in questo post...
giovedì, gennaio 22, 2009
Lasciate in pace Eluana
Non ne posso più dell'ipocrisia che ruota attorno alla vicenda di Eluana Englaro. Non ne posso più della sofferenza che alcuni "devoti" continuano ad infierire a lei e a suo padre Beppino che da anni si batte coraggiosamente per rispettare la voglia di vita di quella figlia che da troppo tempo giace senza speranza in un letto. per questo oggi vorrei segnalarvi l'appello che abbiamo lanciato dal sito de l'Unità. Per chiedervi di aderire, per far sentire la nostra voce oltre l'oscurantismo di quella parte del paese che pretenderebbe di anteporre una morale alle leggi italiane e alle sentenze dei tribunali. Lo trovate qui. Grazie a tutti.
Eluana è anche nostra figlia. Ci rivolgiamo attraverso questo appello alle massime istituzioni della Repubblica perché ciascuna per la sua parte si impegni a far rispettare una sentenza definitiva ed esecutiva.
Perché in Italia il diritto abbia la meglio sui ricatti, le intimidazioni, l'oscurantismo di chi non tiene conto della tragedia di una famiglia, simbolo di altre migliaia di persone che si trovano nella medesima situazione.
Perché i genitori di Eluana siano messi nella condizione di garantire alla figlia una morte dignitosa.
Eluana è anche nostra figlia.
martedì, gennaio 20, 2009
Si ricomincia. Ma da dove si era finito...
Per oggi è già abbastanza, vi lascio con le parole che de Magistris ha affidato a Micromega. Ora che sono tornato, non perdiamoci di vista.
L’altro giorno, in uno dei tanti viaggi tra Napoli e Catanzaro, ascoltavo la bellissima canzone di Francesco De Gregori e mi venivano in mente frammenti di storia scritti da magistrati della Repubblica italiana.
Pensavo al coraggio del Procuratore della Repubblica di Palermo, Gaetano Costa, che, da solo, si assunse la responsabilità di firmare degli ordini di cattura, al coraggio di Rosario Livatino ed Antonino Scopelliti che non piegarono la testa e decisero di esercitare il loro ruolo con rigore ed indipendenza, a quello di Paolo Borsellino che consapevole di quello che stava accadendo ai suoi danni cercava di fare presto per giungere alla verità e per comprendere anche le ragioni della morte di Giovanni Falcone e degli uomini della sua scorta.
Pensavo a quanta mafia istituzionale accompagna tanti eccidi accaduti negli ultimi trent’anni.
Pensavo a quello che sta accadendo in questi mesi in cui si consolidano nuove forme di “eliminazione” di magistrati che non si omologano al sistema criminale di gestione illegale del potere e che pretendono, con irriverente ostinazione, di adempiere a quel giuramento solenne prestato sui principi ed i precetti della Costituzione Repubblicana, nata dalla resistenza al fascismo.
Pensavo a quello che possono fare i singoli magistrati oggi per opporsi ad una deriva autoritaria che ha già modificato di fatto l’assetto costituzionale di questo Paese.
Pensavo a quello che può fare ogni cittadino di questa Repubblica per dimostrare che, forse, ormai, l’unico vero custode della Costituzione Repubblicana non può che essere il popolo, con tutti i suoi limiti.
In attesa di quel fresco profumo di libertà – del quale parla il mio amico Salvatore Borsellino e per il quale ci batteremo in ogni istante della nostra vita, in quella lotta per i diritti e per la giustizia che contraddistingue ancora persone che vivono nel nostro Paese – che ci farà comprendere quanto concreto sia il filo conduttore che accomuna i fatti più inquietanti della storia giudiziaria d’Italia degli ultimi 30 anni, non dobbiamo esimerci dall’evidenziare alcune brevi riflessioni.
In attesa dei progetti di riforma della giustizia (che mi pare trovano d’accordo quasi tutte le forze politiche) che sanciranno, sul piano formale, l’ulteriore mortificazione dei principi di autonomia ed indipendenza della magistratura, non si può non rilevare che i predetti principi – che rappresentano la ragione di questo mestiere che, senza indipendenza ed autonomia, è solo esercizio di funzioni serventi al potere costituito – sono stati e vengono mortificati proprio da chi dovrebbe svolgere le funzioni di garanzia e tutela di tali principi.
Dall’interno della Magistratura, in un cordone ombelicale sistemico di gestione anche occulta del potere, con la scusa magari di evitare riforme ritenute non gradite, si procede per colpire ed intimidire (anche con inusitata deprecabile violenza morale) chi, all’interno dell’ordine giudiziario, non si omologa, non intende appartenere a nessuno, non vuole assimilarsi alla gestione quieta del potere, ma rimane fedele ed osservante dei valori costituzionali di uguaglianza, libertà ed indipendenza che chi dovrebbe garantirne tutela – anche con il sistema dell’autogoverno – tende, in realtà, a voler governare, dall’interno, la magistratura rendendola, di fatto, prona ai desiderata dei manovratori del potere.
Ma non bisogna avere timore. La storia – ed ancora prima la conoscenza e la rappresentazione di fatti quando essi saranno pubblici – ci faranno capire ancor meglio di quanto tanti hanno già ben compreso, le vere ragioni poste a fondamento di prese di posizione anche di taluni magistrati (alcuni dei quali ritengono anche di svolgere una funzione di “rappresentanza”, in realtà, concretamente, insussistente).
Quello che rileva in questo momento e che mi pare importante è che, in attesa del fresco profumo di libertà, che spazzerà via alcuni protagonisti indecenti di questo periodo, ogni magistrato abbia un ruolo attivo, non si disorienti, diventi attore principale – nel suo piccolo ma nella grande “forza” di questo mestiere che richiede oneri prima ancora che onori – della salvaguardia dei valori costituzionali.
Ognuno di noi, chi ha deciso di fare questo lavoro con amore, passione e forte idealità, ha un luogo, interno alla propria coscienza, al proprio cuore ed alla propria mente, dal quale attingere forza e determinazione nei momenti bui. E’ questa l’ora delle risorse auree: se insieme sapremo esercitare le nostre funzioni in autonomia, libertà, indipendenza, senza paura di essere eliminati da intimidazioni istituzionali o da “clave” disciplinari utilizzate in violazione della Costituzione Repubblicana.
Per me, le riserve energetiche sono state e sono tuttora, soprattutto, le immagini di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, anche perché nei giorni delle stragi mafiose – con riferimento alle quali attendiamo verità e giustizia anche per le complicità sistemiche intranee alle Istituzioni – avevo appena consegnato gli scritti nel concorso in magistratura. Quando Antonino Caponnetto disse che tutto era finito, nel mio cuore ed in quello di molti altri magistrati è scattata una molla per dimostrare che non doveva essere così, che, invece, bisogna lottare e non mollare mai. Anche nella certezza di poter morire - come diceva Paolo Borsellino nella consapevolezza che tutto potesse costarci assai caro – vi sono magistrati che ogni giorno cercano di applicare, nei provvedimenti adottati, il principio che la legge è uguale per tutti.
Da quando le organizzazioni mafiose hanno dismesso la strategia militare di contrasto ed eliminazione dei rappresentanti onesti e coraggiosi delle Istituzioni, il livello di collusione intraneo a queste ultime si è consolidato enormemente, tanto da rappresentare ormai quasi una metastasi istituzionale che conduce alla commissione di veri e propri crimini di Stato. Questo comporta che oggi dobbiamo difendere, ogni giorno e con i denti, la nostra indipendenza e l’esercizio autonomo della giurisdizione – nell’ossequio del principio costituzionale sancito dall’art. 3 della Costituzione – anche da veri e propri attacchi illeciti, talvolta condotti con metodo mafioso, provenienti dall’interno delle Istituzioni.
Che può fare, allora, un magistrato? Che può fare un Uditore Giudiziario che a febbraio prenderà le funzioni giurisdizionali? Che può fare un Giudice civile? Che può fare un Giudice del Tribunale del Riesame? Che può fare un Giudice del settore penale? Che può fare un Pubblico Ministero? Che possiamo fare quelli di noi che non si piegano al conformismo giudiziario? Che possiamo fare quelli che vogliono esercitare solo questo lavoro con dignità e professionalità, senza pensare a carriere interne o esterne all’ordine giudiziario?
Credo che la ricetta è semplice, anche se sembra tutto così complicato in questo periodo così buio per la nostra Costituzione per la quale non dobbiamo mai smettere di combattere: si deve decidere senza avere paura – innanzi tutto di chi dovrebbe tutelarci e che si dimostra sempre più baluardo di certi centri di interessi e poteri, nonché fonte di pericolo per l’indipendenza del nostro stupendo lavoro –, senza pensare a valutazioni di opportunità, senza scegliere per quella opzione che possa creare meno problemi, decidere nel rispetto delle leggi e della Costituzione, pronunciarsi nel segno della Verità e della Giustizia.
In tal modo, avremmo adempiuto, con semplicità e nello stesso tempo con coraggio, al nostro mandato, la coscienza non si ribellerà con il trascorrere del tempo, magari potremmo anche capitolare, ma, come dice Salvatore Borsellino, lo avremmo fatto senza “esserci venduti”. Non avremo svenduto la nostra indipendenza, non avremo piegato la nostra coscienza, non avremo abdicato al nostro ruolo, non avremo abbassato la testa: ci ritroveremo con la schiena dritta, con il morale alto, con il rispetto di tutti (anche dei nostri avversari).
Questo ci chiedono le persone oneste: di non “consegnarci” e mantenere alto il prestigio dell’ordine giudiziario in un momento in cui la questione morale assume connotati epidemici anche al nostro interno. Non bisogna avere paura di un potere scellerato che pretende di opprimere la nostra libertà ed il nostro destino.
Ai giovani colleghi mi permetto, con umiltà e per l’immenso amore che preservo per questo lavoro, di esortarli a non temere mai le decisioni giuste e di perseguire sempre la strada della giustizia e della verità anche quando questa può costare caro. Io ero consapevole che mi avrebbero colpito e che mi avrebbero fatto del male, ma non ho mai piegato, nemmeno per un istante, il percorso delle mie scelte ed oggi mi sento, come sempre, sereno, ricco di energie, molto forte, perché dentro il mio cuore e la mia mente sono consapevole di aver espletato ogni condotta nell’interesse della Giustizia e nel rispetto delle leggi e della Costituzione Repubblicana.
Non ascoltate quelle sirene, anche interne alla nostra categoria, che vi inducono – magari in modo subdolo e maldestro – a piegare la testa in virtù di una pseudo-ragion di stato che consisterebbe nel pericolo imminente di riforme sciagurate, per evitare le quali dobbiamo, strategicamente, “girarci” dall’altra parte quando ci “imbattiamo” nei c.d. “poteri forti”. Le riforme – anzi le controriforme – ci saranno comunque, forse saranno terribili, ma almeno non dobbiamo essere noi a dimostrarci timorosi e con le gambe molli, malati, come diceva Piero Calamandrei, di agorafobia.
L’indipendenza si difende senza calcoli e ad ogni costo, l’amore della verità può costare l’esistenza.
Ed essa si difende anche da chi la mina, in modo talvolta anche eversivo, dal nostro interno. Nella mia esperienza gli ostacoli più insidiosi sono sempre pervenuti dall’interno della nostra categoria: non sono pochi i magistrati, oramai, pienamente inseriti in un sistema di potere criminale che reagisce alle attività di controllo e che si muove, dal sistema, per evitare che sia fatta verità e giustizia su tanti fatti criminali inquietanti avvenuti nella storia contemporanea del nostro Paese.
Sono convinto che la magistratura non soccomberà definitivamente solo se saprà ancora esercitare la sua funzione senza paura, ma con coraggio, nella consapevolezza che anche da soli, nella solitudine propria della nostra funzione, quando ognuno di noi deve decidere e mettere la firma sui provvedimenti, e, quindi, valutare fatti e circostanze, lo farà senza farsi intimidire dalle conseguenze del suo agire.
La paura rende gli uomini schiavi, così come le decisioni dettate con un occhio a carriere e posti di comando sono destinate a mortificare le funzioni prima ancora che rendere indegne le persone che le rappresentano.
Quindi, in definitiva, la storia la dobbiamo scrivere anche noi, nel nostro piccolo mondo, pur nella consapevolezza che alcuni di noi pagheranno un prezzo ingiusto e magari anche molto duro, ma questo è per certi versi ineluttabile quando si è deciso di svolgere una funzione che ci impone di difendere, nell’esercizio della giurisdizione, i valori di uguaglianza, libertà, giustizia, verità, quali effettivi garanti dei diritti di cui i cittadini, ed in primis i più deboli, ci chiedono concreta tutela.
martedì, novembre 04, 2008
Povera Difesa...
venerdì, ottobre 10, 2008
Giustizia per Riccardo
Ed è per questo motivo che sui quattro agenti pende adesso una richiesta di rinvio a giudizio per omicidio colposo: perché «eccedendo colposamente i limiti stabiliti dalla legge, ovvero imposti dalla necessità, per illecito adempimento di un dovere e per l’esercizio di una legittima difesa, cagionavano per colpa la morte di Riccardo Rasman». Ossia di quel ragazzo che prima dell’irruzione degli agenti aveva lasciato sul tavolo della cucina un biglietto poi ritrovato dalla famiglia: «Mi sono calmato, per favore non fatemi del male».
Tredici mesi prima, su una strada di Ravenna era morto Federico Aldrovandi. Anche lui picchiato a sangue da quattro agenti della Polizia ora sotto processo per omicidio colposo. Anche lui, secondo la procura, ucciso da una asfissia posturale. Un legame rosso sangue che unisce due destini e che ha spinto la famiglia Rasman ad affidarsi alle cure dell’avvocato Fabio Anselmo (che collabora Giovanni Di Lullo), lo stesso legale che da anni combatte al fianco di Patrizia Aldrovandi la sua battaglia per la giustizia. Contro lo Stato.
venerdì, ottobre 03, 2008
Il solito Gentilini
E a Venezia Gentilini era tornato a cavalcare il suo vecchio cavallo di battaglia, tuonando contro i clandestini e l’Islam: «Voglio la rivoluzione contro i clandestini - aveva urlato rosso in viso davanti ad una folla plaudente di camicie verdi - Voglio la rivoluzione contro i campi dei nomadi e degli zingari. Io ne ho distrutti due a Treviso. Voglio la rivoluzione contro quelli che vogliono aprire le moschee e i centri islamici qui, comprese le gerarchie ecclesiastiche. Voglio la rivoluzione contro i phone center i cui avventori si mettono a mangiare in piena notte e poi pisciano sui muri: che vadano a pisciare nelle loro moschee». Un crescendo di bestialità e insulti che non hanno risparmiato nè i magistrati nè i giornalisti: «Se Maroni ha detto tolleranza zero, io voglio la tolleranza doppio zero - ha tuonato - Voglio la rivoluzione contro le televisione i giornali che infangano la Lega. Prenderò dei turaccioli per ficcarli in bocca e su per il culo a quei giornalisti. Voglio la rivoluzione contro la magistratura. Ad applicare le leggi devono essere i giudici veneti. Queste sono le parole del vangelo secondo Gentilini».
Del resto i rapporti fra Gentilini e le toghe sono da sempre burrascosi, e le tensioni negli anni sono cresciute di pari passo con la volgarità e la pesantezza delle esternazioni del “sindaco sceriffo”. Che, forte del consenso elettorale in una delle roccaforti del Carroccio, è diventato un po’ il simbolo di una certa Lega dai toni violenti e razzisti. Tanto che nel febbraio del 2001 il Viminale lo richiamò all’ordine invitandolo a «mantenere atteggiamenti confacenti» pena «spiacevoli conseguenze». Minacce che non hanno spostato di un millimetro la barricata da cui Gentilini combatte da anni contro omosessuali, clandestini e persino animali. Se infatti fecero sorridere tutta Italia le sue battaglia contro i cigni del Sile (gennaio 2003) o contro i cani «di razza straniera» (maggio 2008), decisamente più seria e grave la lunga lista di esternazioni sul filo fra la volgarità populista e il razzismo più smaccato. Contro gli extracomunitari («da rimandare a casa nei vagoni piombati», disse nel maggio 2001, «bisogna prendergli anche le impronte del naso», settembre 2002) e «i culattoni per cui serve una pulizia etnica». Ma dalle minacce di Gentilini non si salvò nemmeno la candidata sindaco di Treviso del centrosinistra, Maria Luisa Campagner. Lui, infatti, si presentò in piazza al momento dei primi exit poll, il 26 maggio del 2003, e sventolando in aria tre lunghi chiodi minacciò: «Serviranno per appendere l’orsetta siberiana e scotennarla piano piano, come si fa con la pelle di un coniglio». Ma lui è così, e non si ferma: «Io sono abituato ad essere un tribuno - spiegava ieri - questa è la mia eloquenza, non posso mettermi il silenziatore sennò non sarei Gentilini».
lunedì, settembre 08, 2008
Buone notizie
"Sono lieto di comunicarLe che il Tribunale di Roma, con sentenza n. 12627/08 del 12.6.08, ieri comunicata, ha rigettato le domande proposte da Salvatore Cuffaro nei confronti di Nuova Iniziativa Editoriale Spa, F. Colombo e M. Solani, condannandolo al pagamento delle spese di lite, come da dispositivo che allego in copia. (...)
L'ex presidente della Regione Sicilia mi aveva querelato per l'articolo "Gli affari del governatore corrono su gomma" pubblicato su l'Unità del 24 luglio 2002 dopo la strage ferroviaria di Rometta Marea, in provincia di Messina. Ve lo ripropongo:
"Una volta era il treno, l’odore stantio delle carrozze, pensieri di viaggio lungo due linee che corrono parallele a solcare il paese e raggiungerne anche i più sperduti angoli. Cartoline d’una Italia lontana e romantica, preistorica rispetto al boom consumistico degli anni del dopoguerra, del miracolo italiano di una automobile per famiglia. Cartoline che nella Sicilia dei 1500 chilometri di strada ferrata sono al tempo stesso, sconosciute ai più eppure ancora attuali. Da una parte le
ferrovie, poche e fatiscenti, «degne dell’Italia di Cavour» commenta qualcuno, dall’altra i paesi, le città sperdute il cui nome non compare nemmeno sulle rassicuranti tabelle blu che
popolano ogni stazione ferroviaria dello stivale. Perché in Sicilia, per muoversi di città in città, nella stragrande maggioranza dei casi non si può nemmeno immaginare di salire su un treno, per quanto malandato possa essere, e non resta altra soluzione che affidarsi agli autobus. Più efficienti, sicuramente più veloci, comunque presenti. Perché per una rete ferroviaria disegnata a lambire in pratica soltanto le splendide coste siciliane, esiste tuttavia una rete parallela di trasporto, su gomma, che supplisce alle carenze del sistema ferroviario, lo completa e si arricchisce portando da un lembo all’altro dell’isola tutta quella gente che, magari non potendo disporre di un automobile, è comunque costretta a muoversi lungo le strette strade dell’interno. Un affare miliardario, un business colossale in cui si affrontano decine e decine di aziende, da quelle a conduzione familiare a quelle molto più estese e ramificate. Un giro di denaro che, è evidente, si nutre dei disservizi del sistema ferroviario e che da sciagure come quella capitata la sera di sabato scorso è pronto a trarre il massimo giovamento, sfruttando anche le paure della gente magari non più così sicura che il treno sia il mezzo di trasporto più sicuro al mondo. Ne sa qualcosa anche il presidente della Regione Totò Cuffaro. Lo sa bene «Zu vasa vasa» cosa significa portare la gente dai più sperduti angoli dalla Sicilia alle città, fare tappa nei paesini talvolta sconosciuti anche alle cartine stradali e poi riportarli indietro, con puntualità e efficienza. Non è un caso infatti che il nome Cuffaro campeggi su moltissimi degli autobus che quotidianamente partono da Agrigento per raggiungere Palermo e molti altri centri abitati, coprendo moltissime tratte e staccando biglietti a centinaia e centinaia di passeggeri. Quell’azienda, «la Cuffaro Angelo e Raffaele» con sede a Raffadali pochi passi fuori da Agrigento, esiste da anni ed è da sempre gestita dal padre del Governatore e dallo zio. Non veicoli sgangherati come quelli di una Sicilia oramai affidata soltanto ai film e sopra le quali la gente buttava le proprie valige. La «corriera» oggi è un mezzo tecnologico, autobus dotato di tutti i confort, «compresa l’aria condizionata» raccontano i viaggiatori più assidui. L’azienda di famiglia, però, cogli anni è cresciuta fino a diventare una delle maggiori autolinee dell’isola sfruttando la mole impressionante di viaggiatori che quotidianamente affollano la tratta Agrigento-Palermo, vero pezzo forte dell’offerta aziendale, e riuscendo a toccare col proprio servizio anche quei centri meno frequentati ma disperatamente bisognosi di un collegamento col resto della regione. La «Cuffaro Angelo e Raffaele», dicono i maligni, è cresciuta con la stessa velocità con cui il giovane rampollo di famiglia ha costruito la propria scalata politica fatta di Dc prima e di Forza Italia poi. Uno che fa i soldi con le corriere, dicono gli stessi maligni, come potrebbe oggi volere che le ferrovie diventino in Sicilia efficienti e affidabili? Dubbi e malignità, ma certo è che contro il governatore della Sicilia hanno già puntato il dito in molti, primi fra tutti i sindacati. «Furono Miccichè e Cuffaro a comunicare lo stop ai lavori per il raddoppio della tratta ferroviaria Messina-Palermo» ha attaccato due giorni fa Maurizio Bernava, segretario della Cisl nella città dello stretto. Critiche ripetute qualche ore più tardi anche da Salvo Giglio della Cgil e che non sono affatto piaciute a Totò Cuffaro. Il raddoppio di quegli oltre 200 chilometri, ha risposto il presidente della Regione, «è una delle priorità indicate dal governo regionale nell'accordo di programma quadro dei trasporti. Il problema da risolvere è quello del reperimento delle risorse che, in questa prima fase, non è sufficiente a coprire il costo dell'intera opera». Solo un problema di soldi, quindi, quegli stessi soldi che arriveranno in quantità mai immaginate fino ad ora se il cammino della costruzione del Ponte sullo Stretto non troverà ostacoli sulla propria strada. La paura di Cuffaro, però, è che mentre da Roma si spenderanno forze e fondi per il mega progetto che legherà l’isola al «Continente», potrebbe spettare invece alla Regione farsi carico del risanamento di un sistema ferroviario che appare oramai a tutti inservibile e che, verrebbe da dire se non suonasse a sfregio in questi giorni di siccità, fa acqua da tutte le parti. «Non accetteremo che scarichino sulla Sicilia un sistema ferroviario in queste condizioni, con evidenti problemi di sicurezza e improduttivo - ha ringhiato ieri il Presidente - È interesse dei siciliani che i vertici delle Ferrovie e lo stato facciano quanto compete loro per mettere la Sicilia alla pari delle altre regioni». Nel frattempo, comunque, una assicurazione ai cittadini Cuffaro potrà darla senza problemi: le autolinee, in Sicilia, funzionano a dovere.
Immigrati fra le bombe, mica male...
Succede, o meglio potrebbe succedere, a Baiano, una popolosa frazione di Spoleto in provincia di Perugia. Dove su un’area di circa 160 ettari sorge lo “Stabilimento militare per il munizionamento terrestre” (Smmt), lo Spolettificio per la gente del posto, che da decenni produce, smaltisce e immagazzina munizionamento militare. O meglio, produceva visto che la fabbricazione è praticamente ferma dal 10 aprile 2005 quando una terribile esplosione, causata da materiale difettoso dissero i periti, rase al suolo alcuni dei 150 edifici che compongono lo stabilimento. Non ci fu nessuna vittima, e fu praticamente un miracolo visto che l’onda d’urto mandò in frantumi i vetri delle abitazioni in un raggio di alcuni chilometri. Una tragedia sfiorata che non sembra preoccupare molto il ministero dell’Interno visto che proprio in queste ore sono in corso febbrili colloqui con le Prefetture per verificare la fattibilità di un progetto che sembra assurdo: stabilire proprio nello “Stabilimento militare per il munizionamento terrestre” di Baiano di Spoleto il nuovo Cpt (o Cie, centro di identificazione ed espulsione secondo la nuova dicitura ministeriale) che Maroni vorrebbe fosse realizzato in Umbria.
E poco importa se i 230 lavoratori occupati nello stabilimento, dopo una crisi che ne ha messo a rischio i posti di lavoro, vedono ora la luce in fondo al tunnel in attesa del via libera del ministero della Difesa per la ripresa della produzione di una nuova bomba a mano, il Viminale ha individuato nello Spolettificio la sede ideale per il nuovo Cie. Meglio dell’Isola Polvese di cui si era parlato nelle scorse settimane, una novella Alcatraz al centro del Lago Trasimeno, meglio dell’area della Protezione Civile a Colfiorito. Meglio anche delle palazzine della Scuola di Polizia di Spoleto.
Certo c’è il piccolo dettaglio di quelle mille tonnellate di materiale esplosivo (stando ai numeri contenuti in una interrogazione presentata qualche mese fa in consiglio regionale da alcuni esponenti del centrodestra) conservate nella pancia delle collinette che sorgono nell’area dello Spolettificio. Ma il ministero dell’Interno non sembra troppo preoccupato e anzi in queste ore ha incassato anche qualche “ni” da parte dei sindacati di polizia. Certo non dalla politica visto che contro il progetto del nuovo Cpt si è coagulato un fronte compatto e trasversale, dalla sinistra estrema al Pdl, che minaccia di mettersi di traverso in ogni modo al progetto dei tecnici del ministro Maroni. «È un’area assolutamente inadatta», attaccava nei giorni scorsi il consigliere regionale del Pd Giancarlo Cintioli. «Non se ne parla nemmeno», gli faceva eco il vicepresidente del consiglio provinciale di Perugia, nonché capogruppo di An in consiglio comunale a Spoleto, Giampiero Panfili.
Una contrarietà che sarà presto espressa anche a Marco Airaghi, l’ex parlamentare di Alleanza Nazionale che dal giugno scorso guida l’Agenzia Industrie della Difesa “proprietaria” dello Smmt, nella visita che è già in programma a Baiano di Spoleto. Perché sono molti i motivi di preoccupazione per la scelta del Viminale. «A questo punto - ironizzava ieri Bruno Piernera, segretario comprensoriale della Cisl, il sindacato più rappresentativo fra i lavoratori dello Spolettificio - possono portarci direttamente gli immigrati clandestini affiliati ad Al Qaeda. Non faranno fatica a trovare armi». Sempre che non saltino in aria prima.
giovedì, agosto 28, 2008
Refuso freudiano?
giovedì, agosto 21, 2008
Giù le mani da Falcone
Ai lucidissimi deliri del leader di Forza Italia ha risposto giustamente il pubblico ministero antimafia di Palermo Antonio Ingroia, uno che Falcone lo ha conosciuto davvero. "Forse il presidente Berlusconi non ha ben chiare quali fossero le idee di Falcone, visto che Falcone non ha parlato mai di avvocati dell'accusa per indicare i pm essendo anche lui un pm di riconosciuto equilibrio, nè la necessità di un indirizzo dell'azione penale. Chi ha conosciuto bene Falcone a Palermo, invece sa quali fossero le idee per la giustizia - ha continuato Ingroia - e
siccome il suo chiodo fisso era la lotta alla mafia, per la quale si è sacrificato, sarebbe bene che il presidente Berlusconi se volesse davvero mettere in pratica le idee di Falcone di fronte ad una mafia che è ritornata a imperversare nel Paese, uccidendo in Calabria e in Campania, si dedichi all'urgente approvazione di un testo unico antimafia, un testo unico anti riciclaggio, la costituzione di un'agenzia per la gestione dei beni confiscati alla mafia e pensi alla dotazione di uomini, mezzi e strumenti legislativi ai magistrati e strumenti alle forze dell'ordine invece che tagliare sui fondi destinati a giustizia e sicurezza e sugli strumenti legislativi a disposizione, come dimostra il disegno di legge sulle intercettazioni e il progetto di riforma della magistratura".
Poi la chiosa finale: "È la mafia che va colpita e non la magistratura".
Chissà cosa avrebbe detto Giovanni Falcone dello stalliere Mangano, del senatore Dell'Utri condannato per mafia, delle frequentazioni mafiose del presidente del Senato Schifani. Tutti amici, loro sì, del presidente del consiglio Berlusconi. E cosa avrebbe detto l'uomo ucciso a Capaci delle parole del presidente del Consiglio sulla "magistratura metastasi della democrazia"? Sono forse queste le idee che Berlusconi vuole realizzare?
lunedì, luglio 14, 2008
Giustizia è sfatta
giovedì, luglio 03, 2008
venerdì, giugno 27, 2008
Assolta
giustizia prima o poi ripaga», ha detto uscendo dall'aula Bachelet. «Se si ha onestà e dignità di andare avanti fino in fondo senza cedere di fronte a nulla - ha proseguito - la verità viene fuori. Ora, siccome il tempo è galantuomo spero che anche il collega Luigi De Magistris abbia prima o poi giustizia».
Lo speriamo anche noi, Clementina.
P.S. Vorrei parlare del nuovo Lodo Schifani (Lodo Alfano? Lodo Ghedini? come si chiama sta nuova porcata?) ma preferisco lasciar perdere. Mi tengo quel poco di buono questa giornata ci ha dato.
mercoledì, giugno 25, 2008
Senza vergogna. Senza limiti.
P.S. (molto frivolo): ho fatto qualche cambiamento al blog, mi piacerebbe sapere cosa ne pensate... i mezzi sono i soliti. Commenti (pochi) mail (qualcuna in più) telefonate o quello che preferite.
venerdì, giugno 20, 2008
Meglio bugiardo o ignorante?
Oggi, ad esempio, parlando a Bruxelles dei due famosi emendamenti Vizzini-Berselli, Berlusconi ha dichiarato candidamente (senza nessuno che glielo facesse notare, ma anche a questo siamo abituati) che «non c'è nessuno stop, con le norme approvate si mettono da parte solo alcuni processi per consentire di far viaggiare più speditamente altri e non far uscire di galera rapinatori, stupratori e ladri». Si dà il caso, però, che lo stupro, il furto e la rapina facciano parte di quella lunghissima lista di reati per cui i processi saranno fermati per un anno proprio grazie alle norme volute dal centrodestra. Per conferma basta leggere le tabelle redatte dell'Associazione Nazionale Magistrati.
Bugiardo o ignorante?
lunedì, giugno 16, 2008
E adesso arrestateci tutti
Aderisco con entusiasmo all'appello lanciato da Marco Travaglio su l'Unità per sostenere la disobbedienza civile dei giornalisti contro la nuova (per fortuna ancora eventuale, ma la speranza è poca) legge sulle intercettazioni.In un paese libero la stampa indaga e informa. Racconta fatti, svela retroscena, scava nelle vicende e nelle coscienze. In un paese libero la stampa libera risponde soltanto ai lettori e alla Costituzione. In un paese a libertà vigilata il potere spegne le televisioni e imbavaglia i giornalisti perché nessuno conosca i suoi vizi e punti il dito contro le sue azioni.
Non c'è paese libero senza una stampa libera.
Lo scrissi parlando del ddl Mastella sulle intercettazioni (assurdo anche quello, ma al peggio non c'è mai fine. Ce lo ha dimostrato il ministro della in-Giustizia Alfano) e lo ripeto oggi che un disegno di legge punta a disinnescare alcune delle più importanti inchieste della magistratura e minaccia le manette ai giornalisti. Colpevoli di voler fare il proprio mestiere, nulla di più nulla di meno.
Vogliono ridurci al silenzio? E noi non staremo zitti. Vogliono spedirci in carcere? Correremo il pericolo.
Personalmente, continuerò a pubblicare tutte le notizie di cui sarò possesso. E non ci sarà nessuna norma bavaglio che mi fermerà. Lo farò su l'Unità fin quando mi sarà permesso, e lo farò su questo blog fino al giorno in cui la polizia postale non interverrà. Da quel momento in poi, me ne inventerò un'altra. No problem. Ma state sicuro: io come molti altri non tacerò. Cronisti fino in fondo, a dispetto di chi ci vorrebbe pronisti.
venerdì, giugno 13, 2008
La rabbia di Angelino
Argomento boomerang anche quello relativo al numero dei reati per cui l’ordinamento italiano prevede l’uso delle intercettazioni. Oggi, secondo il centrodestra, sono troppi. Diciotto mesi fa non era così: «non si può sostenere, nemmeno nel confronto con i sistemi normativi delle altre democrazie occidentali - si legge infatti nel testo approvato il 29 novembre 2006 anche con i voti del centrodestra - che il nostro sistema preveda un numero eccessivo di reati per i quali ex lege sia consentito disporre intercettazioni telefoniche. La semplice presa d’atto di quanto previsto negli Stati esteri già citati ci convince facilmente del contrario (...). La stessa durata delle intercettazioni e delle proroghe prevista nel nostro ordinamento non si discosta molto dalla durata di quanto consentito all’estero, anzi in alcuni casi la nostra normativa è sicuramente piu` restrittiva». Ora, qualcuno lo spieghi al ministro Alfano prima di altre figuracce.
giovedì, giugno 12, 2008
Piange il telefono...
contro il tempo che gli uffici competenti del ministero degli Interni e della Giustizia stanno conducendo da una settimana, da quando cioè Berlusconi ha lanciato il suo sasso nello stagno mandando in fibrillazione Camere, Quirinale e magistratura. Di ieri l’ultima versione comunicata ai cronisti: «Verrà prevista - ha spiegato Berlusconi - la possibilità di effettuare le intercettazioni soltanto per le indagini che riguardino reati con pene dai 10 anni in su». «Avrei semplificato dicendo mafia, camorra, terrorismo internazionale e basta», ha proseguito il premier, «ma in questo modo rientrano tutta una serie di reati che mi sembrano giusti: pedofilia, omicidio».
Rientrano, già. Più complicato e spinoso, invece, il capitolo dei reati che resteranno fuori se il testo (che non è ancora stato ultimato) effettivamente prevederà davvero il limite dei «10 anni in su». Una lunga lista di delitti, molto spesso perseguiti proprio attraverso le intercettazioni telefoniche, che d’ora in poi le procure saranno quasi impossibilitate a perseguire. Il tema più dibattuto è quello sulla corruzione: le intercettazioni, infatti, non potranno più essere utilizzate per scoprirne nessuna fattispecie. Nemmeno quella più grave di corruzione in atti giudiziari che è costata una condanna a cinque anni a Cesare Previti per la sentenza comprata a Roma sul Lodo Mondadori. Unica eccezione la corruzione per ottenere una ingiusta condanna. Molto dibattuto anche il capitolo dei reati finanziari, dall’insider trading all’aggiotaggio passando per le false comunicazioni al mercato. D’ora in poi, se la legge sarà approvata in questi termini, i vari Ricucci, Consorte, Gnutti e Fiorani potranno parlare al telefono delle loro scalate bancarie senza il timore di essere ascoltati e di vedersi le proprie parole usate in tribunale a sostegno delle accuse.
Ma la lista dei delinquenti che d’ora in poi potranno usare i cellulari senza timore è lunga. Nessun problema allora per le bande che organizzano i furti nelle ville: tanto le intercettazioni non saranno più utilizzabili nelle inchieste per furto, nemmeno aggravato. E se servirà leggere attentamente il testo della legge per capire cosa succederà con le intercettazioni telematiche (mail, chat e simili), per ora una cosa la si può già dire con certezza: il telefono non costituirà più alcun rischio per quanti in Italia si scambiano materiale pedopornografico, lo commerciano e lo detengono. Unico limite la produzione. Nessun timore di Grande Fratello giudiziario anche per gli indagati di truffa, che al cellulare potranno anche parlare di raggiri e organizzazioni per frodare l’Ue accaparrandosi finanziamenti miliardari. Del resto le intercettazioni telefoniche, a legge approvata, non si potranno utilizzare nemmeno in indagini sulle associazioni per delinquere semplici e non mafiose. Un po' quello che accadrà ai ricettatori non legati ai clan malavitosi e agli indagati di favoreggiamento semplice. Troppo tardi per l’ex presidente della Regione Sicilia Salvatore Cuffaro: se questa legge fosse stata approvata prima non avrebbe avuto alcun problema. Nemmeno per la rivelazione di segreto d’ufficio, che d’ora in poi sarà un reato non intercettabile. Come anche l’incendio: le conversazioni “rubate” dalla polizia giudiziaria servirono per incastrare alcuni dei responsabili del rogo del teatro La Fenice di Venezia, ma d’ora in poi non sarà più così.
Ben più complicata, invece, sarà la situazione se il testo che uscirà dalla Camera limiterà le intercettazioni soltanto per i reati puniti con una «pena superiore ai dieci anni», secondo la vulgata di cui si è parlato molto in queste ore. In quel caso, allora, i magistrati non potranno richiedere intercettazioni nemmeno per i casi di violenza sessuale, atti sessuali su minori, adulterazione e contraffazione di sostanze alimentari, usura, estorsione e omissione dolosa di misure cautelari sul lavoro. Il reato per il quale si è proceduto (e intercettato) per i presunti responsabili delle morti della Thyssen di Torino e per il Petrolchimico di Marghera. Tutto da chiarire, inoltre, anche il capitolo relativo al traffico di droga e armi che il codice di procedura penale disciplina in maniera a sè stante. Anche per questo, bisognerà aspettare il testo definitivo senza ascoltare le indiscrezioni.
martedì, giugno 10, 2008
Le bugie del ministro Alfano
Leggende spacciate per verità
di Luigi Ferrarella
Una sfilza di luoghi comuni, spacciati per verità, compromette la serietà della discussione sull’annunciato intervento legislativo sulle intercettazioni. Che siano «il 33% delle spese per la giustizia», come qualcuno ha cominciato a dire e tutti ripetono poi a pappagallo, è un colossale abbaglio: per il 2007 lo Stato ha messo a bilancio della giustizia 7 miliardi e 700 milioni di euro, mentre per le intercettazioni si sono spesi non certo 2 miliardi abbondanti, ma 224 milioni. Però è una leggenda ben alimentata. Si lascia credere il falso giocando sull’ambiguità del vero, cioè sul fatto che le intercettazioni pesano davvero per un terzo su un sottocapitolo del bilancio della giustizia: quello che sotto il nome di «spese di giustizia» ricomprende anche i compensi a periti e interpreti, le indennità ai giudici di pace e onorari, il gratuito patrocinio, le trasferte della polizia giudiziaria. Spese peraltro tecnicamente «ripetibili», cioè che lo Stato dovrebbe farsi rimborsare dai condannati a fine processo: ma riesce a farlo solo fra il 3 e il 7%, eppure su questa Caporetto della riscossione non pare si annuncino leggi-lampo.
«Siamo tutti intercettati» è altra leggenda che, alimentata da una bizzarra aritmetica «empirica», galleggia anch’essa su un’illusione statistica. Il numero dei decreti con i quali i gip autorizzano le intercettazioni chieste dai pm non equivale al numero delle persone sottoposte a intercettazione.
Le proroghe dei decreti autorizzativi sono infatti a tempo (15 o 20 giorni) e vanno periodicamente rinnovate; inoltre un decreto non vale per una persona ma per una utenza. Dunque il numero di autorizzazioni risente anche del numero di apparecchi o di schede usati dal medesimo indagato (come è norma tra i delinquenti).
«Le intercettazioni sono uno spreco» è vero ma falso, nel senso che è vero ma per due motivi del tutto diversi da quello propagandato. Costano troppo non perché se ne facciano troppe rispetto ad altri Paesi, dove l’apparente minor numero di intercettazioni disposte dalla magistratura convive con il fatto che lì le intercettazioni legali possono essere disposte (in un numero che resta sconosciuto) anche da 007, forze dell’ordine e persino autorità amministrative (come quelle di Borsa).
Invece le intercettazioni in Italia costano davvero troppo (quasi 1 miliardo e 600 milioni dal 2001) perché lo Stato affitta presso società private le apparecchiature usate dalle polizie; e in questo noleggio è per anni esistito un Far West delle tariffe, con il medesimo tipo di utenza intercettata che in un ufficio giudiziario poteva costare «1» e in un altro arrivava a costare «18». Non a caso Procure come la piccola Bolzano (costi dimezzati in un anno a parità di intercettazioni) o la grande Roma (meno 50% di spese nel 2005 rispetto al 2003 a fronte di un meno 15% di intercettazioni) mostrano che risparmiare si può. E già il ddl Mastella puntava a spostare i contratti con le società private dal singolo ufficio giudiziario al distretto di Corte d’Appello (26 in Italia).
L’altra ragione del boom di spese è che, ogni volta che lo Stato acquisisce un tabulato telefonico, paga 26 euro alla compagnia telefonica; e deve versare al gestore circa 1,6 euro al giorno per intercettare un telefono fisso, 2 euro al giorno per un cellulare, 12 al giorno per un satellitare. Qui, però, stranamente nessuno guarda all’estero, dove quasi tutti gli Stati o pagano a forfait le compagnie telefoniche, o addirittura le vincolano a praticare tariffe agevolate nell’ambito del rilascio della concessione pubblica.
«Proteggere la privacy dei terzi», nonché quella stessa degli indagati su fatti extra-inchiesta, non è argomento (anche quando sia agitato pretestuosamente) che possa essere liquidato con un’arrogante alzata di spalle. Ma è obiettivo praticabile rendendo obbligatoria l’udienza-stralcio nella quale accusa e difesa selezionano le intercettazioni rilevanti per il procedimento, mentre le altre vengono distrutte o conservate a tempo in un archivio riservato. E qui proprio i giornalisti dovrebbero, nel contempo, pretendere qualcosa di più (l’accesso diretto a quelle non più coperte da segreto e depositate alle parti) e accettare qualcosa di meno (lo stop di fronte alle altre).
Prima di dire poi che «le intercettazioni sono inutili»andrebbe bilanciato il loro costo con i risultati processuali propiziati. Ed è ben curioso che, proprio chi ha imperniato la campagna elettorale sulla promessa di «sicurezza» per i cittadini, preveda adesso di eliminare questo strumento che, per fare un esempio che non riguarda la corruzione dei politici, ha consentito la condanna di alcune delle più pericolose bande di rapinatori in villa nel Nord Italia, e ancora ieri ha svelato a Milano il destino di pazienti morti in ospedale perché inutilmente operati solo per spillare rimborsi allo Stato. Senza contare (c’è sempre del buffo nelle cose serie) che proprio Berlusconi ben dovrebbe ricordare come un anno fa siano state le intercettazioni, che ora vorrebbe solo per mafia e terrorismo, a «salvare» in extremis da un sequestro di persona il socio di suo fratello Paolo.
Ma il dato più ignorato, rispetto al ritornello per cui «le intercettazioni costano troppo», è che sempre più si ripagano. Fino al clamoroso caso di una di quelle più criticate per il massiccio ricorso a intercettazioni, l’inchiesta Antonveneta sui «furbetti del quartierino». Costo dell’indagine: 8 milioni di euro. Soldi recuperati in risarcimenti versati da 64 indagati per poter patteggiare: 340 milioni, alcune decine dei quali messi a bilancio dello Stato per nuovi asili. Il resto, basta a pagare le intercettazioni di tutto l’anno in tutta Italia.
