venerdì, febbraio 15, 2008

Verità deviate

Probabilmente non finirà alla stessa maniera, ma la vicenda di Gabriele Sandri oggi somiglia un pò di più a quella di Carlo Giuliani, ucciso a Genova durante gli scontri del G8 del luglio 2001. Due ragazzi morti ammazzati dallo Stato, due strane perizie balòistiche e due traiettorie deviate. Da un calcinaccio a piazza Alimonda quasi sette anni fa, da una rete metallica nell’autogrill di Badia al Pino sull’autostrada A1 l’11 novembre scorso. Curiosa coincidenza che accresce il disagio di una famiglia già provata dal lutto. Una ricostruzione che fa salire la rabbia di quanti chiedono giustizia per Gabriele, compresi quelli che fin dall’inizio alla giustizia non ci hanno mai creduto. Anche presa per buona, però, la spiegazione del consulente nominato dalla procura non dissipa le troppe nebbie di questa drammatica vicenda. La rete metallica ha deviato il colpo sparato dall’agente Luigi Spaccarotella? Se fosse vero, allora, molto resta da dire e da chiarire. Perché una cosa, evidentemente, è certa: il poliziotto ha sparato ad altezza uomo e non, come frettolosamente spiegato, in aria per disperdere il gruppo di tifosi. Per quanto alta sia la rete metallica in quel punto, infatti, in nessun modo un proiettile indirizzato verso il cielo avrebbe potuto passarci in mezzo. E allora, continuiamo a chiedere: perché sparare contro una macchina che si stava allontanando correndo il rischio di colpire e uccidere? Il processo darà queste e altre risposte. Almeno così ci auguriamo. Perché la giustizia, almeno quella, non finisca deviata da un calcinaccio o da una rete metallica e perché lo Stato, questa volta, si dimostri così forte da processare anche se stesso oltre che i criminali che quella domenica di novembre misero a ferro e fuoco molte città italiane scatenando una guerriglia assurda nel nome della solidarietà ultras. Se così non fosse, allora saremo costretti ad arrenderci e a dire che, forse, avevano ragione loro. Perché non vorremmo scoprire, presto, che anche i manganelli che a Ferrara hanno massacrato Federico Aldrovandi siano stati deviati da qualche misterioso oggetto.

mercoledì, febbraio 13, 2008

E' morto "il Papa" Michele Greco

E questa volta, speriamo, morto un Papa non se ne faccia un altro.
Come dimenticare la sua preghiera minaccia nell'aula bunker durante il maxiprocesso?

Nuovomondo in Veneto

C’era una volta Ellis Island, l’isolotto nella baia di New York dove per decenni milioni di aspiranti cittadini statunitensi erano costretti a sottoporsi ad umilianti visite sanitarie ad opera dei Medici del Servizio Immigrazione prima di poter sbarcare nel Nuovo Mondo. «I vecchi, i deformi, i ciechi, i sordomuti e tutti coloro che soffrono di malattie contagiose, aberrazioni mentali e qualsiasi altra infermità sono inesorabilmente esclusi dal suolo americano», si leggeva nel vademecum che veniva consegnato ai disperati appena sbarcati dalle navi provenienti da ogni parte del pianeta. Un dramma, per decine di migliaia di persone, poeticamente raccontato da Emanuele Crialese nel suo “Nuovomondo”. C’era una volta Ellis Island, si diceva, ma adesso potrebbe esserci di nuovo. E in Veneto, per giunta. Perché a Riese Pio X (piccolo comune nel trevigiano che prende il nome dal Pontefice e Santo Giuseppe Melchiorre Sarto cui diede i natali nel 1835) presto i cittadini extracomunitari potrebbero essere costretti a sottoporsi ad una serie di accertamenti clinici per ottenere il permesso di soggiorno. Lo ha deciso il consiglio comunale, praticamente un monocolore leghista che sostiene il sindaco del carroccio Gianluigi Contarin, che con sedici voti a favore ed uno contrario ha approvato un ordine del giorno in cui impegna il Comune a svolgere tutte le verifiche giuridiche per verificare se è possibile obbligare a sottoporsi agli esami clinici i cittadini che richiedano la residenza in città. «È un indirizzo - ha precisato il vice sindaco Luca Baggio - e va a vantaggio di tutti, anche per chi non sta bene. Un tempo ai nostri emigranti veniva chiesto lo stesso. In un documento del Ramadan - ha spiegato - si chiede a chi vi partecipa di essere in regola con le vaccinazioni. Perché queste regole vanno bene per gli altri e non per noi?». E la vicenda, secondo il vicesindaco, dovrebbe essere affrontata persino a Roma, «perché la questione non può riguardare solo il nostro comune».
Per questo l’ordine del giorno approvato prevede «che vengano predisposti idonei filtri sanitari nelle scuole e nei luoghi di lavoro e che venga vincolato il rilascio del permesso di soggiorno o l'attestazione di regolarità alla presentazione di idonea certificazione medico-sanitaria». Ma guai a parlare di razzismo. «Nella quasi totalità dei paesi extracomunitari, purtroppo, non esistono le più elementari regole igienico-sanitarie - spiega il vicesindaco Luca Baggio - e i flussi migratori hanno contribuito al riemergere di malattie ed epidemie da tempo scomparse nel nostro territorio».

Massimo Solani, l'Unità 13 febbraio

E quest'ultimo periodo vale anche per la frase intelligente di oggi. Complimenti al vicesindaco Baggio.

mercoledì, febbraio 06, 2008

Età pensionabile

Va bene che siamo già in clima elettorale, ma forse è presto per spararle già così grosse. Anche perché se iniziamo così dove si finisce?

Frase intelligente del giorno: «Quando il Governo deve schierarsi dalla parte del cittadino o della Casta a parole dice di essere con il cittadino ma nei fatti sta sempre con la Casta. La scelta della data del 13 aprile per il voto in alternativa a quella del 6 di aprile può apparire casuale ma non lo è affatto: votando il 6 aprile, infatti, i parlamentari alla prima legislatura non rieletti non avrebbero maturato la pensione, votando invece come stabilito dal Consiglio dei Ministri il 13 aprile, ovvero una settimana dopo, acquisiranno la pensione. E poi parlano di voler fare l'election day per ridurre i costi della politica -ironizza- Ben altri saranno i costi di queste pensioni, non solo in meri termini quantitativi, ma anche per il messaggio dato al Paese, perchè questo è il tipico esempio di come fatta la legge viene subito trovato l'inganno». Roberto Calderoli, vicepresidente del Senato (Lega Nord)

Puntuale smentita: «Con riferimento ad alcune note di agenzia apparse oggi secondo cui i parlamentari alla prima legislatura avrebbero maturato il diritto al vitalizio in conseguenza della fissazione della data per le elezioni al 13 aprile, si precisa che la notizia in questione non corrisponde a verità. In proposito si ricorda che il requisito minimo di 2 anni e 6 mesi di effettivo mandato, richiesto dalla normativa vigente, sarebbe stato conseguito dai parlamentari alla prima legislatura il 27 ottobre 2008. Pertanto tali parlamentari, se non saranno rieletti, non potranno maturare il diritto all'assegno vitalizio. Si rammenta infine che, a partire dalla prossima legislatura, il diritto all'assegno vitalizio si conseguirà dopo 5 anni di effettivo mandato, in conseguenza della riforma approvata dagli uffici di Presidenza delle due Camere il 23 luglio 2007». Nota congiunta dei Collegi dei Questori di Camera e Senato.

lunedì, febbraio 04, 2008

Si vota!

Così si andrà alle urne con la legge "porcata" (definizione orginale del suo creatore, l'odontoiatra costituzionalista Calderoli) che fino a due mesi fa tutti volevano cambiare. Si sente odore di urne, e di poltrone, ed ecco che si cambia idea. E capita pure che un segretario di partito che ieri era fra i promotori del Referendum adesso spinga per le urne subito. Vero monsieur Fini?

Frase intelligente di oggi: «La nostra lista dei popolari liberali aderisce al progetto di Silvio Berlusconi. Non entriamo in Forza Italia ma nel Partito del Popolare della Libertà». Carlo Giovanardi, che lascia l'Udc per aderire al Partito della Libertà. Che, stando a quanto detto da Berlusconi (seconda capriola, appena sceso dal predellino di San Babila, non si presenterà alle elezioni. Dove va allora Giovanardi? Qualcuno lo salvi.

venerdì, gennaio 25, 2008

Il poeta trasformista

Qualcuno dica all'ex ministro Mastella che la poesia "lentamente muore" letta ieri al Senato per giustificare la sua ennesima piroetta istituzionale (oplà... da destra a sinistra.... oplà... da sinistra a destra. Alla faccia degli elettori) e la non fiducia al governo Prodi, non è di Pablo Neruda.
Ennesima fregnaccia, ma di questi tempi nessuno ci fa più caso.



Frase intelligente del giorno: «Siamo uniti, adesso abbracciamoci tutti». Silvio Berlusconi sullo stato della coalizione di centrodestra. Ma non era lui che aveva scaricato Fini e Casini dal predellino di San Babila insultando pesantemente gli alleati? Le elezioni incombono. scurdammoce o passat'.... Il peggio è che se lo scordano anche i diretti insultati. bontà loro.

mercoledì, gennaio 23, 2008

Aria di crisi

Crisi politica, va da sè. E poi morale (ma Mastella perché si è dimesso? Per i domiciliari alla moglie? O forse per sciagurare una nuova legge elettorale da cui l'Udeur col suo prefisso elettorale avrebbe tutto da perdere?) e persino istituzionale. Anche se Lega e istituzioni, nello stesso discorso, in fin dei conti non c'entrano un granchè.

Frase intelligente di oggi: «Se non si va al voto facciamo la rivoluzione. Vuol dire che mettiamo in piedi la polizia del Veneto, della Lombardia e del Piemonte. Certo ci mancano un pò di armi, ma prima o poi quelle le troviamo. Berlusconi ha detto andiamo in piazza. E io in piazza ci porto decine di milioni di persone incazzate nere e senza limite di azione. Andiamo a bastonare sulla schiena la canaglia romana e la sinistra che si è dimostrata un partito fascista». Umberto Bossi.
Se non fosse lo stesso che nel 1994 raccontò di aver fermato una rivolta armata nelle valli bergamasche («C'erano 300mila persone pronte, l'urlo rimbombava di valle in valle») ci sarebbe da aver paura. Che si accontenti della nostra pietà, che di indignarci per certe cazzate padane c'è passata anche la voglia.

martedì, gennaio 22, 2008

Addio Compagno Bulow

(ANSA) - RAVENNA, 22 GEN - È morto Arrigo Boldrini, storico comandante partigiano "Bulow" e presidente onorario dell'Anpi. Aveva 92 anni e dall'8 gennaio era ricoverato in gravi condizioni all' ospedale di Ravenna. I medici avevano definito «critico» il suo quadro clinico. Membro dell'Assemblea Costituente e importante esponente del Pci del dopoguerra, Boldrini viveva da alcuni anni nella "Casa della Fraternità" a Marina Romea, località del litorale ravennate. (ANSA).

Lascio a Wladimiro Settimelli il compito di ricordarlo.

La leggenda di Bulow e la "28esima Gordini"

«Tè tat è da ciama Bulow» (ti devi chiamare Bulow), aveva detto in romagnolo purissimo, il barbiere Michele Pascoli, uno di quegli antifascisti e anarchici che sono sempre stati figure da leggenda in quel di Ravenna. Pascoli era un autodidatta e un appassionato di storia napoleonica e durante i quarantacinque giorni di Badoglio aveva avuto, a bottega, una lunga discussione con Arrigo Boldrini sulla battaglia di Waterloo. Arrigo, ad un certo momento, aveva tagliato corto e spiegato: «C'era von Bulow che comandava l'avanguardia dell'armata prussiana e allora addio Napoleone». Pascoli, poi fucilato dai fascisti, aveva pensato un attimo e poi aveva quasi gridato a Boldrini: «Quando sarete in montagna ti dovrai chiamare proprio Bulow. Promettilo».

Era nato così uno dei più noti e leggendari nomi di battaglia della Resistenza italiana e del partigiano più famoso del nostro Paese. Quello di Arrigo Boldrini, medaglia d'oro al valor militare, delegato alla Consulta, eletto all'Assemblea Costituente, parlamentare e senatore ininterrottamente fino al 1994, dirigente del Pci, Presidente nazionale dell'Anpi, l'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia dal 1946 e poi presidente onorario (14° Congresso - marzo 2006), Presidente della Fondazione del Corpo Volontari della Libertà e autore di diverse centinaia di proposte di legge per i partigiani, i soldati, i carabinieri e tutti i combattenti della Libertà.
Raccontare la sua leggenda, la sua guerra e le sue battaglie politiche è difficilissimo perché con i suoi partigiani della 28ª "Gordini" ne aveva viste e fatte di tutti i colori, in guerra come nei giorni della Liberazione. Fu lui il 18 febbraio del 1945 a salire sul palco di Piazza del Popolo per celebrare, nel corso della prima grande manifestazione dell'Italia libera, la Giornata del partigiano e del soldato per rendere omaggio ai vivi e ai morti e a coloro che, a Nord, ancora combattevano. Era partito dal suo comando a Savana la mattina all'alba. Si era lavato il viso in un secchio d'acqua, poi si era vestito con la divisa, si era appuntato sul petto la medaglia d'oro ed era saltato su una jeep. La sera tardi era arrivato a Roma. Poi in Piazza del Popolo, la mattina successiva, ecco il nereggiare della folla: cento duecentomila persone, con i partigiani ancora in armi, i rappresentanti degli alleati sparsi per tutta la piazza, insieme ai soldati americani, inglesi, australiani, neozelandesi, francesi, polacchi e italiani del nuovo esercito di Liberazione. Sul palco, oltre a Bulow, ci sono il presidente del Consiglio Ivanoe Bonomi, il ministro della guerra Casati e Mauro Scoccimarro, ministro per l'Italia occupata. È Bonomi che appunta la medaglia d'oro sulla bandiera tricolore del Corpo Volontari della Libertà. Quella bandiera aveva già una storia eroica: era stata cucita, durante l'occupazione tedesca, dalle donne di San Frediano, il popolare quartiere di Firenze e ricamata dalle suore del convento di Santa Croce. Poi era stata consegnata al comando della divisione «Arno» nelle ore della liberazione di Firenze. Pochi giorni dopo, era stata portata a Roma, dalla gappista Edda Occhini. Doveva essere consegnata ai partigiani del Nord.
Ed è proprio la Occhini che porge a Bulow, quella bandiera, nella fredda domenica di febbraio del 1945, in Piazza del Popolo. Lui prende il drappo, scende nella piazza e si avvia, seguito da un corteo immenso, lungo via del Corso. In un silenzio pieno di commozione, quella fiumana di gente vede Boldrini che, a due passi dal balcone di Mussolini, appoggia la bandiera al sacello del Milite ignoto, per rendere omaggio a quel soldato sconosciuto morto chissà in quale trincea dimenticata del Grappa, del Montello o del Piave.
Anche questo era Bulow, un uomo dai forti sentimenti, piccolo, mite, ma sempre decisissimo, testardo, coraggiosissimo e perfino con un forte senso dell'ironia.

(Tratto da Unita.it)

lunedì, gennaio 21, 2008

Al Tg5 Travaglio non può parlare di Craxi

«Mi spiace, deve parlarne con Toni Capuozzo». La segretaria di Clemente J. Mimun respinge con cortese fermezza ogni richiesta di chiarimento. «Il direttore non si occupa di Terra!», chiosa prima di congedarsi. Eppure non si direbbe sia così, se è vero che è stato proprio il direttore del Tg5 a mettersi di traverso e a decidere che un’intervista a Marco Travaglio dovesse essere “cassata” dalla puntata dell’approfondimento settimanale andata in onda ieri sera e dedicata a Bettino Craxi. «Travaglio non lo voglio! - avrebbe gridato il direttore dopo aver letto la lista delle persone intervistate - Lo tagliate e basta!». Questa almeno è la versione che nella mattinata di ieri Toni Capuozzo, responsabile del programma, avrebbe riferito a Travaglio. Una ricostruzione che, oltretutto, ieri pomeriggio era confermata anche nei corridoi della redazione del tg. «Diciamo che la questione ha provocato un certo malumore, e non dico altro», riferiva un collega chiedendo di restare anonimo.
«Capuozzo - racconta Travaglio - mi ha telefonato e imbarazzato mi ha spiegato che l’intervista su Craxi che avevo rilasciato venerdì alla collega Anna Migotto non sarebbe andata in onda per volontà del direttore Mimun. Mi ero limitato alla pura cronaca raccontando quello che mi risulta riguardo a Craxi: che era cioè un latitante non un esule e ho ricordato dei tre conti in Svizzera. Ho anche parlato di un mio incontro con Craxi prima che andasse ad Hammamet, un incontro causale a due passi dall’Hotel Raphael a Roma. Insomma soltanto cronaca. Dopodichè - conclude il giornalista e scrittore - apprendo che Mimun, senza neanche prendere visione dell’intervista ma sapendo solo che le mie dichiarazioni erano previste in scaletta, ha deciso che andavo tagliato». Una ricostruzione che anche altre persone sono pronte a confermare. Non Toni Capuozzo però. Che, contattato mentre è in sala di montaggio intento agli ultimi ritocchi, ne racconta invece un’altra. «Nessuna censura», taglia corto. «È tutto molto più semplice: mi sono scusato con Travaglio, ma ho scelto io, in qualità di curatore del programma, di non inserire la sua intervista». Semplicemente una scelta editoriale, quindi. «È una decisione di cui mi assumo tutta la responsabilità - spiega - Travaglio sarebbe stato “dissonante” perché tutti gli altri interventi, da Andreotti a Forlani, sono di protagonisti dell’epoca. Comunque - conclude Capuozzo - nulla della vita di Craxi, anche la sua vicenda giudiziaria, è stato taciuto».
Qualche minuti più tardi, superato il filtro della segreteria, Mimun è lapidario al cellulare: «Io con il suo giornale non parlo da diversi anni e non intendo ricominciare adesso - risponde con tanto garbo quanta freddezza - Ho letto le parole del curatore di “Terra!” e condivido in pieno. Anche le scelte». Del resto, secondo alcune voci interne al telegiornale, sarebbe stato proprio Mimun a chiamare Capuozzo e a “consigliarlo” di assumersi al 100% la paternità del taglio. O meglio, della censura.

Massimo Solani, l'Unità 21 gennaio 2007

Frase intelligente di oggi: che in realtà è un video, e di qualche tempo fa. Ma siccome un presidente di Regione viene condannato a cinque anni di carcere ed esulta, certe cose allora vale la pena ricordale. E Ricordarsele.



martedì, gennaio 15, 2008

Lesa maestà pontificia?

Accadono cose ben strane in questo ben strano paese.
Prendiamo ad esempio quanto è capitato a Roma per l'invito rivolto dal Rettore Guarini a Papa Benedetto XVI a partecipare all'inaugurazione dell'anno accademico dell'Università "La Sapienza" (ma all'inizio voleva che gli fosse affidata addirittura una lectio magistralis). Un invito incauto considerando le tesi di Joseph Ratzinger su scienza e ricerca (ma cosa attendersi da chi è ancora convinto che il processo a Galileo Galilei sia stato giusto e doveroso?) che ha suscitato le proteste di docenti e studenti. Che avevano promesso al Papa un rumoroso ma civile comitato di benvenuto. Ratzinger, allarmato dal rischio proteste, ha deciso di non partecipare nonostante il Viminale avesse dato ampie rassicurazioni sulla sicurezza. Di tutti, del Pontefice in primis.

Una sua scelta, quindi.

Eppure a sentire i commenti dei politici, senza eccezione di colore e schieramento politico, sembra che un esercito armato abbia impedito al Papa di parlare. Che sia stato trattato un pò come avvenne a Luciano Lama nel 1977. Eppure, se non ricordo male, il diritto a manifestare è costituzionalmente garantito. O no? E allora dove sta il problema? Spiegatemelo voi, che io non capisco proprio.
Però ricordo qualche anno fa (quasi 17 per la precisione) Giovanni Paolo II sfidare i contestatori nella stessa università senza farsi scudo delle dichiarazioni ridicole di politici più realisti del re. Altra Italia, evidentemente, e altra pasta d'uomo. Come meravigliarsi poi se in Italia si torna a mettere in discussione la legge sull'aborto?

Frase intelligente di oggi: «È stato ripugnante vedere nel telegiornale tossici e terroristi alla Sapienza per festeggiare la rinuncia del Papa. È gente da mandare in galera insieme ai professori che li hanno guidati. E che sfideremo. È gente indegna di salire in cattedra. I loro nomi vanno divulgati affinchè l'Italia intera possa sapere chi è nemico della libertà e promotore dell'odio e del terrore. L'Italia di Prodi è questa. L'Italia vera deve riaffermare i valori della libertà». Maurizio Gasparri, Alleanza Nazionale.
Tossici e terroristi sarebbero gli studenti (centinaia di studenti) che hanno manifestato seguendo l'invito dei 67 scienziati che hanno protestato contro il Rettore Guarini. Questa, evidentemente, è la loro democrazia.

giovedì, gennaio 10, 2008

Onorevole tirchieria

Riporto un articolo tratto da Il Giornale di oggi. Non ho parole per commentare.....

Deputati Tirchi, 9 euro alle vittime della Thyssen

Per carità di patria, non saltate alla conclusione più facile, non dite che gli onorevoli rappresentanti della nazione son prodighi di parole ma stitici di tasca, hanno la manina rappresa e non meritano nemmeno il Natale del vecchio Sgrooge. Probabilmente sono distratti, presi dagli onerosi impegni, mica è aridità d’animo e avarizia, se solo insisti un poco son pronti a gesti di generosità esemplare, vuoi che non siano come tutti noi, dimenticare a Natale proprio chi soffre? Tant’è... Tant’è che i 630 deputati, chiamati a partecipare ad una sottoscrizione di aiuto alle vedove e agli orfani delle vittime della ThyssenKrupp, han partecipato tutt’altro che in massa. Alla vigilia di Natale, prima di andare in vacanza, avevano versato in tutto 1.300 euro. Minacciati dai promotori di venire esposti alla gogna mediatica, la colletta è lievitata sino a quadruplicare la cifra raggiungendo quota 6.000: una media di 9 euro e mezzo a testa. Colletta irrisoria e imbarazzante ugualmente. Tanto da far intervenire i gruppi parlamentari per porre riparo. Così, ora che l’Epifania tutte le feste s’è portata via, la sottoscrizione ha raggiunto la vetta dei 12.500 euro, ma grazie allo “sforzo” indistinto e indolore dei gruppi, senza impegno personale dei singoli. Anche i gruppi che non hanno ancora versato promettono di contribuire presto, come del resto la gran massa dei deputati risultati assenti all’appello. Si spera che lo facciano presto. Possibilmente prima del Natale che vedrà gli orfani adulti.
Come è andata? Gli è che i 2.000 dipendenti della Camera hanno un’associazione, «Gruppo di solidarietà» si chiama, che ogni fine anno organizza una raccolta interna di fondi da devolvere in beneficenza, aiuti umanitari, progetti di sviluppo, adozioni a distanza (in Mozambico seguono già 150 bambini). Più della metà partecipa, firmando un modulo di cessione dalla busta paga di una giornata lavorativa o di mezza. Ed ogni anno, raccolgono tra i 25 e i 35mila euro da investire in solidarietà. Quest’anno, all’indomani della tragedia nella fonderia torinese, gli animatori del Gruppo han provveduto ad inviare un primo aiuto concreto alle famiglie delle vittime, inserendo la tragedia della ThyssenKrupp nell’elenco delle iniziative da sostenere. Due deputati di buona volontà, il verde Roberto Poletti e Maurizio Bernardo di Forza Italia, scoperta l’iniziativa se ne sono innamorati, decidendo di coinvolgere i loro colleghi.
Così, a tambur battente e con l’entusiasmo delle campagne bipartisan sin troppo rare in Parlamento, i due hanno indirizzato una lettera a tutti i deputati, citando a buon esempio la sottoscrizione dei dipendenti «per devolvere l’equivalente di una loro giornata lavorativa in solidarietà», e spiegando che «quest’anno uno dei loro progetti sarà quello di portare un tangibile aiuto alle famiglie degli operai della ThyssenKrupp, periti nel rogo di Torino». Volete esser da meno dei vostri dipendenti, voi che certamente guadagnate di più? «Poiché questo tragico evento non può lasciare inerti le nostre coscienze, siamo certi che avrete piacere di far avere anche la vostra solidarietà, che sarà bene accetta di qualsiasi entità», concludeva la lettera indicando i nomi e i telefoni degli animatori del gruppo ai quali rivolgersi per partecipare. Volendo, i deputati potevano bussare direttamente all’Ufficio Competenze.
Non paghi della lettera, Poletti e Bernardo han fatto massiccia propaganda in Transatlantico, pressando amici ed avversari e raccogliendo sorrisi, promesse, «sì, sì lo dico anche agli altri». Sino alla vigilia della chiusura natalizia, quando s’è scoperto che i deputati avevano versato 1.300 euro in tutto, mentre il Gruppo di solidarietà dei dipendenti aveva organizzato anche una cena per i poveri di Sant’Egidio con Bertinotti. I due hanno moltiplicato gli appelli, «guardate che se i giornali lo vengono a sapere ci sputtaniamo tutti» hanno avvertito. Niente, il risultato è salito a quei 12.500 euro grazie al contributo dei gruppi. «Se troviamo una modalità di raccolta cristallina e semplice, credo che nessun deputato si sottrarrà», dice fiducioso Bernardo. «Lo prometto solennemente: se non si svegliano, renderò pubblici i nomi», minaccia Poletti.

di Gianni Pennacchi

mercoledì, gennaio 09, 2008

Monnezza is burning

La situazione è drammatica, ma non è seria. Allora tanto vale sorriderci su, almeno per un attimo. Dopo il tormentone Frangetta non poteva mancare Monnezza is burning. Eccolo a voi.




Frase intelligente di oggi: «Venti anni fa moriva Enzo Tortora, esattamente il 18 maggio del 1988. Il suo caso giudiziario, quello scandaloso errore giudiziario, il suo tormento, la sua morte prematura non sono serviti a nulla. Dopo 20 anni siamo punto e a capo. Tant'è che adesso abbiamo il caso Contrada. Prova che nulla è cambiato. Anzi». Lo afferma l'avvocato Giuseppe Lipera, legale dell'ex funzionario del Sisde condannato a dicei anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Piccola precisazione: Tortora era innocente e, dopo anni di assurde tribolazioni, venne riconosciuto tale. Contrada, per la legge italiana, è colpevole: e la sentenza definitiva della Cassazione (10 maggio 2007) lo sancisce. Definitivamente.

lunedì, gennaio 07, 2008

Pianura, chi soffia sul fuoco della protesta?

Cittadini giustamente indignati oppure infiltrati con finalità poco chiare al servizio di chi invece i miliardi li fa davvero con la monnezza? Il dubbio è lecito, a vedere il video qui sotto.
Tutti abitanti del popoloso quartiere napoletano? O no?



Frase intelligente di oggi: «Si può e si deve commissariare la Regione, indire nuove elezioni amministrative al più presto e, se necessario, fare della Campania, "ad interim", un protettorato militare». Margherita Boniver (Forza Italia) sottosegretario di Stato con delega agli Esteri del governo Berlusconi. Ci manca solo il Commonwealth, un casco color Kaki e siamo di nuovo pronti ad una bella missione coloniale. Faccetta nera, bella abbissina...

domenica, gennaio 06, 2008

Anno nuovo, politica vecchia

A Capodanno, si sa, le cose vecchie si buttano dalla finestra. Eppure ho come l'impressione che neanche questo 2008 sia arrivato per liberarci di certo vecchiume. Per cui ci toccherà di tenercelo per un altro anno, di ingoiare a forza facendo finta che ci piaccia e di turarci il naso per non respirarne il tanfo. Sempre nella speranza che le cose migliorino, come direbbe un medico di fronte alla cancrena.
Ma in attesa dell'amputazione, non neghiamoci almeno i buoni propositi.
Tanto per iniziare bene l'anno nuovo: la Campania affoga stretta fra le tonnellate di immondizia non smaltita e i tentacoli del "Sistema" (la camorra, per dirla con i camorristi). Carburanti e verdura costano ormai come l'oro, e per fare il pieno serve un intero stipendio. I tassi dei mutui sono diventati insostenibili per buona parte delle famiglie italiane..... E in tutto questo, nell'agenda politica e nei telegiornali tengono banco le discussioni sulla nuova legge elettorale (tedesco o francese, ditemi voi qual è la differenza, vi prego), la moratoria sull'aborto proposta da Giuliano Ferrara e la grazia da concedere a Bruno Contrada. Il fedele servitore dello Stato che per una vita si è speso fra la divisa di poliziotto (e un posto da dirigente al Sisde) e i favori agli amici mafiosi. Tanto da beccarsi una condanna definitiva a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

Che strano paese il nostro.

Frase intelligente di oggi: «Ambulanze assaltate, come non accade nemmeno nei Paesi in guerra, incendi urbani, guerriglie con la polizia: tutto quello che sta succedendo dimostra che
Napoli non è Italia». Roberto Calderoli, Lega Nord. E' vicepresidente del Senato ed ex ministro per le Riforme Costituzionali. L'uomo che ha fatto esplodere una rivolta contro il consolato italiano di Bengasi (11 morti) grazie alla brillante idee delle vignette satiriche su Maometto stampate su una t-shirt esibita in diretta tv. Un odontoiatra sposato con rito celtico, alla presenza di un vero druido, a cui qualcuno aveva pensato di affidare il compito di cambiare la Costituzione.

giovedì, dicembre 20, 2007

Conto alla rovescia... poi si ricomincia


Cavolo.... sono già cinque mesi che non aggiorno il mio blog. Spiegare il perché sarebbe lungo e noioso, per cui ve la evito. Ma da gennaio si ricomincia, per la gioia di quanti in questi mesi mi hanno mandato mail per dimostrarmi la loro soddisfazione a non veder aggiornato questo spazio. E' finita la pacchia, si ricomincia. E con qualche novità, credo... ma vedrete.
Per ora colgo l'occasione per fare a tutti gli auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo (retorica come se piovesse). Ci si vede presto

martedì, luglio 17, 2007

Provocazioni in divisa

Il 20 luglio saranno passati sei anni dalla morte di Carlo Giuliani e, come ogni anno dal 2001 a questa parte, il movimento si ritroverà a piazza Alimonda per la consueta commemorazione. Ma la piazza quest’anno rischia di essere troppo piccola, visto che il sindacato Coisp (il coordinamento per l’indipendenza sindacale delle forze di polizia, una delle sigle maggiormente rappresentative della categoria con i suoi circa sei mila iscritti) per quel giorno ha organizzato nello stesso luogo una manifestazione ed un dibattito dal titolo “L’estintore come strumento di pace”. Fra gli invitati anche Mario Placanica, il carabiniere (ormai ex) che uccise Carlo Giuliani sparando un colpo di pistola che lo raggiunse in pieno volto. Una scelta che a molti è parsa una vera provocazione. «Bhè, per certi versi lo è - spiega il segretario generale del Coisp Franco Maccari -. In quei giorni a Genova ci saranno dibattito come “Premiata macelleria italiana, chi controlla le forze di polizia?” e non possiamo più accettare questo stillicidio. Quello che ci interessa è entrare anche noi nel dibattito, confrontarci e affrontare i nodi del G8. Ma avere anche noi diritto di parola». Peccato che uscite di questo tipo non fanno altro che esasperare ancora di più gli animi. «Sì, probabilmente c’è questo rischio - prosegue Maccari - ma io non posso preoccuparmi di queste cose ogni volta che voglio poter dire cose assolutamente normali. Chi organizza manifestazioni di segno opposto, peraltro usando quei toni, si è mai posto il problema se quelle azioni potevano esasperare gli animi di coloro che prestano la propria opera al servizio dei cittadini. Chi vuole esprimere le proprie opinioni, in maniera pacifica si intende, ha il diritto di farlo liberamente».
Una brutta rogna che rischia di diventare un serio problema di ordine pubblico. «Noi siamo disposti ad accettare qualsiasi confronto sui fatti del G8 - commentava ieri Haidi Giuliani - Certo, non a piazza Alimonda e non il 20 luglio». «La sola idea di una simile manifestazione nella ricorrrenza dell'uccisione di Carlo Giuliani e contemporaneamente alle iniziative annunciate dal movimento - hanno poi accusato i capigruppo parlamentari del Prc Gennaro Migliore e Giovanni Russo Spena - dimostra che in alcuni settori della polizia albergano ancora le stesse pulsioni che esplosero tragicamente sei anni fa a Genova».

Massimo Solani, l'Unità 17 luglio

martedì, luglio 10, 2007

Campioni del mondo, un anno dopo

E' passato un anno dalla finale di Berlino, dalla gioia della coppa del mondo riportata in Italia. Ne è passata di acqua sotto ai ponti in questi 365 giorni... ricordo quella domenica, una giornata di lavoro pesantissimo in redazione, a Roma. Ricordo che mi toccò preparare alcuni articoli "freddi" (da scrivere prima della partita) nell'eventualità che l'Italia perdesse la finale con la Francia. Alla faccia della scaramanzia. Questo è uno di quegli articoli mai usciti. Oggi, a distanza di un anno posso dire che forsò portò bene anche questo.


Maledetti Francesi

Maledetti francesi, e non ce ne vogliano gli amici d’Oltralpe. Il cammino azzurro verso quel successo che ormai manca da ventiquattro anni si è fermato ancora una volta davanti al canto del gallo, anzi dei galletti. Ancora una volta, una maledettissima volta. Come in Francia nel ‘98, come in Olanda nel 2000 così in Germania sei anni più tardi. Diverse le facce, stesso il finale. Noi in lacrime, loro a brindare a champagne e Marsigliese. Noi sconfitti, loro campioni: del mondo, oggi come otto anni fa dopo i rigori di Saint Denise, d’Eropa grazie al golden gol di Trezeguet a Rotterdam in quell’Europeo olandese. Maledetto, com’è maledetto oggi l’Olympiastadion di Berlino, tirato a lucido e rimesso a nuovo con un milionario maquillage. Settant’anni dopo l’oro olimpico del calcio con la nazionale guidata da Pozzo, la Nazionale azzurra si ferma di nuovo ad un passo dal trionfo. Terza sconfitta in sei finali mondiali, la prima contro una squadra europea. Che non poteva che essere la Francia. E adesso sappiamo davvero come si sentono i tedeschi: per loro ItaliaGermania (tutta una parola, come ha scritto giustamente Marco Bucciantini) è un sorso unico di cicuta da bere almeno una volta per ogni generazione. Per noi FranciaItalia (ora tutto attaccato, anche questa) è l’incubo degli ultimi dieci anni, la speranza frustrata di una rivincita che non è mai catarsi. “Chi fa il prossimo ha vinto”, si diceva da bambini giocando in giardino. Eppure vincono sempre loro. Maledetti francesi.

Racconta la leggenda che, sconfitto ancora una volta da Miguel Indurain, Gianni Bugno un giorno si abbandonò al più amaro degli sfoghi: «Ma chi me l’ha fatto fare di nascere negli stessi anni di quello lì?». Oggi le parole tristi del più malinconico dei ciclisti italiani calzano a pennello per la nostra speranza ancora una volta disillusa. Ma chi ce l’ha fatto fare, a noi italiani, di nascere e crescere negli anni dello splendore di questa generazione meticcia di francesi dai piedi fatati? I Thuram, i Barthez, i Trezeguet, gli Henry, i Sagnol... campioni del Mondo, campioni d’Europa e ancora campioni del Mondo. Sempre a nostro scorno. Ma soprattutto Zinedine Zidane, il talento europeo più puro degli ultimi 10 anni. Il primo ballerino che ieri ha danzato per l’ultima volta sulle macerie dell’Italia calcistica. Ultima recita sul più luminoso dei palcoscenici prima di uscire dalla scena. In silenzio e con discrezione, come sempre. «Merci Zizou»: grazie di tutto, anima berbera cresciuta nelle strade di Castellane. Da oggi sarai il pensionato più felice del mondo, e se ne faccia una ragione pure quel Michel Platini. Forse lui è davvero il calciatore francese più forte di tutti i tempi e tu soltanto il secondo. Però c’è una cosa che fa di te il più amato dai francesi: quelle due coppe del mondo, le uniche vinte dai transalpini, alzate davanti alla nazione. E da capitano. Gioie che Platinì può solo sognare.

E pazienza se amche ieri a noi è toccato il ruolo di spalla nella tua ultima esibizione. Il trionfo di Mohammed Alì a Kinshasa non sarebbe tale senza un George Foreman sconfitto e con la faccia gonfia, l’urlo di Tardelli al Santiago Bernabeu prevede necessariamente un Toni Schumacher battuto raccogliere la palla nel sacco. Nel giorno dei grandi trionfi (ma quelli grandi davvero, quelli che fanno la storia) c’è sempre un perdente. È il tempo a nobilitarlo, elevandone in un certo senso la dignità in quel limbo riservato ai testimoni oculari delle volte importanti del destino.

Passerà il tempo, e curerà anche questa ferita come ha curato quelle delle altre finali perse, quelle di “Italia 90” con la splendida cavalcata dei ragazzi di Azeglio Vicini inchiodati ai rigori in semifinale al San Paolo dalle magie irridenti di Maradona e dalla “parrucca” bionda di Caniggia. E Fabio Cannavaro c’era anche quel giorno: raccattapalle allora, capitano della Nazionale oggi. Dalle lacrime alle lacrime, andata e ritorno in sedici anni. «Datemi la Francia, voglio la rivincita», aveva detto lo scugnizzo dopo la vittoria con la Germania. «Penso alla finale dell’Europeo 2000 e ai rigori del ‘98 a Parigi - aveva spiegato -. Ce la dovremo sudare, rischiare. E vincere». E Fabio da Fuorigrotta c’era anche allora: quando i rigori sciagurati di Albertini e Di Biagio (maledetta traversa) ci negarono la semifinale di un campionato del mondo organizzato e vinto dai francesi, senza alcun rispetto per l’ospitalità. E c’era anche quando gli stessi galletti ci soffiarono di sotto il naso l’Europeo due anni dopo. Con la coppa già infiocchettata per il nostro trionfo (in vantaggio 1-0 grazie ad un gol di Marco Del Vecchio), con Alessandro Del Piero che per due volte sbaglia il raddoppio in contropiede e con Wiltord, appena entrato, che segna il pareggio ormai in pieno recupero. E poi i supplementari, la morte negli occhi di una intera nazione risvegliata di colpo dal sogno tanto cullato, i nostri giocatori “cotti” e il sinistro di Trezeguet ad ammazzarci in cuore ogni residua speranza. “Sudden Death”, morte improvvisa, come si chiamava il golden gol prima che la Fifa decidesse di ritoccarne il nome e smorzarne i toni drammatici. Ma c’è poco da smorzare quando superi una semifinale in dieci contro i padroni di casa con Toldo che para tre rigori (dei quattro sbagliati dagli orange), quando conduci una finale e sei raggiunto al 90°, prima del colpo di grazia ai supplementari. Era e resta “morte improvvisa”, alla faccia delle formulette politicamente corrette.

E allora, maledetti francesi ancora una volta. Oggi a Berlino come a Rotterdam sei anni fa e a Parigi due anni prima. Che davvero non ne possiamo più di vedervi festeggiare trionfanti con la coppa sugli Champs-Elisée, mentre a noi non resta altro che trovare il modo di far passare il groppo in gola e asciugarsi le lacrime. Perché in fondo è solo calcio, soltanto uno sport. Ma fa maledettamente male lo stesso.

Massimo Solani

sabato, luglio 07, 2007

Domenica 8 luglio, Viareggio

Domani sera, domenica 8 luglio, a Viareggio. Stadio dei Pini.
Dibattito con don Luigi Ciotti (presidente di Libera) e l'on. Giovanni Russo Spena (Rif. Comunista) alla festa di Liberazione. Tema: "Mafia ed antimafia a 25 anni dall’omicidio di Pio La Torre".
Modera, immeritatamente, il sottoscritto. E come al solito, quando don Ciotti chiama, si risponde presenti.

giovedì, luglio 05, 2007

Il Sismi contro i magistrati. Ma il governo sapeva?


I magistrati indagavano, le barbe finte del servizio segreto militare spiavano, tramavano e si davano da fare per bloccarne il lavoro. Un corpo dello stato, alle dirette dipendenze del governo, impegnato a sabotare il lavoro della magistratura, di quella parte di essa considerata portatrice «di pensieri e strategie destabilizzanti e vicini ai partiti della passata maggioranza di centro sinistra». Toghe rosse, per dirla con il linguaggio di Silvio Berlusconi. Ossia del presidente del Consiglio cui il Sismi faceva riferimento (e da cui prendeva ordini, va da sè) fra il 2001 e il 2006, quando il braccio destro di Niccolò Pollari, Pio Pompa, raccoglieva dossier nell’ufficio di via Nazionale. È un quadro da golpe strisciante quello descritto nella risoluzione approvata ieri dal plenum del Csm «a tutela dell’indipendente esercizio della giurisdizione, dei magistrati attinti dalla attività del Sismi».
Un documento (relatore Fabio Roia, togato di Unicost) che attraverso le carte sequestrate nell’ufficio di via Nazionale e trasmesse dalla procura di Milano che sta indagando sul rapimento di Abu Omar, ricostruisce anni di frenetica attività ad opera di uomini del servizio segreto militare contro il lavoro di oltre duecento toghe, italiane e non. Non servitori infedeli dello stato, non settori deviati dei servizi. Il giudizio del Csm è netto e durissimo: «a partire dall’inizio dell’estate del 2001 (e cioè da epoca immediatamente successiva alle elezioni del maggio dello stesso anno) ebbe inizio, nei confronti di alcuni magistrati italiani ed europei e delle associazioni di riferimento degli stessi (in particolare Magistratura democratica e Medel), una attività di intelligence da parte del Sismi protrattasi, in modo capillare e continuativo, sino al settembre 2003 e, in modo saltuario, sino al maggio 2006. Tale attività - si legge nella risoluzione - fu oggetto di ripetute informazioni al direttore del Servizio e sembra, quindi, riferibile, al Sismi in quanto tale e non a suoi “settori deviati”». Una tesi simile a quella condotta dalla procura di Roma (il procuratore della Repubblica Giovanni Ferrara e il sostituto Pietro Saviotti sono stati ascoltati dalla prima commissione di palazzo dei Marescialli la scorsa settimana) che non a caso per la vicenda dei dossier segreti di via Nazionale ha iscritto nel registro degli indagati l’ex direttore del Sismi, Niccolò Pollari e il suo braccio destro Pio Pompa.
In quelle carte trasmesse dalla procura milanese il 18 dicembre del 2006, il Csm ha visto delinearsi una strategia che nei documenti sequestrati a Pio Pompa era descritta come «neutralizzazione di iniziative, politico-giudiziarie, riferite direttamente a esponenti della attuale maggioranza di governo e/o di loro familiari (anche attraverso l’adozione di provvedimenti traumatici su singoli soggetti), sedi: Milano, Torino, Roma e Palermo; neutralizzazione o al più ridimensionamento di attività aggressive, politico-giudiziarie, provenienti dall’estero, paesi di interesse: Spagna, Inghilterra». Un impegno che, secondo gli appunti del Sismi, poteva essere condotto anche da «un team di soggetti di riferimento», «persone legate ideologicamente a chi opera la regia dell’iniziativa in questione». Gente tipo il magistrato «rivestente qualificato incarico di supporto governativo» disposto a passare informazioni al Sismi sull’attività dei propri colleghi e di quegli apparati potenzialmente nocivi. «Allarmanti elementi di pericolosità» di cui il magistrato, non identificato, avrebbe persino «fornito informazioni a esponenti del governo in carica». Ed è questo un punto su cui vale la pena chiedere risposte a chi sin qua si è guardato bene dal darle: membri del governo Berlusconi erano informati delle iniziative di questa gente che passava veline e mezzi sussurri al Sismi. E cosa sapevano Berlusconi e il braccio destro Gianni Letta?
Perché le migliaia di schede e dossier sequestrati nell’ufficio di Pio Pompa raccontano una storia incredibile. Di elezioni per il rinnovo del Comitato direttivo centrale dell’Anm adeguatamente monitorate per evitare che l’associazione si attesti «su posizioni radicali e soprattutto antigovernative». Di organismi internazionali della magistratura spiati (come l’Olaf, l'ufficio europeo per la lotta antifrode); di associazioni monitorate sia in Italia che all’estero (Magistratura Democratica, su tutte, ma anche il Medel di cui era stata violata la corrispondenza elettronica); di magistrati pedinati, fin dentro i palazzi di giustizia, nei loro spostamenti e nei loro rapporti. Esemplare è il “promemoria” circa la «rete informativa utilizzata dal magistrato francese di collegamento presso il ministero della Giustizia, Emmanuel Barbe» e sui suoi rapporti «con diversi esponenti del movimento dei “giuristi militanti”». Ossia Md e il Medel, la Ong «Magistrats européens pour la Democratie et les Libertés» presieduta da Ignazio Patrone.
Una attività, secondo il Csm, condotta anche grazie alla collaborazione del giornalista Renato Farina (radiato dall’Ordine dopo aver patteggiato una condanna a sei mesi per favoreggiamento nell’inchiesta sul rapimento di Abu Omar) e posta in essere dal Sismi attraverso «specifici interventi tesi a ostacolare o contrastare l’attività professionale o politico-culturale dei magistrati». Tutto al fine di «conseguire effetti di intimidazione nei confronti di alcuni e di cagionare perdita di credibilità nei confronti di altri, preposti a indagini e processi particolarmente delicati così aumentando le difficoltà nella collaborazione sopranazionale ed ostacolando, in maniera significativa, l’esercizio indipendente ed efficace della giurisdizione». Barbe finte contro toghe, spioni contro magistrati. E più in alto il governo Berlusconi. Che, qualcosa certo sapeva. Resta da capire ora chi dava gli ordini.

Massimo Solani, l'Unità 5 luglio