sabato, marzo 15, 2008

Il diktat dei Casalesi: chi parla muore

Lo scrittore simbolo, il magistrato antimafia e la cronista coraggiosa. È per colpa loro che il processo non può svolgersi serenamente e va spostato in altro luogo. Perché quei tre col loro lavoro danno fastidio, raccontano la verità e rischiano così di condizionare i giudici. Un atto di accusa che suona come una minaccia nel silenzio dell’aula bunker di Poggioreale: danno fastidio, sono nemici nostri. Quei tre sono Roberto Saviano, lo scrittore di “Gomorra”, la cronista de Il Mattino Rosaria Capacchione (nella foto) e il pubblico ministero della Dda di Napoli Raffaele Cantone. Tutti e tre indicati con nome e cognome dai boss della camorra casertana Francesco Bidognetti e Antonio Iovine nella lunga istanza che gli avvocati hanno letto in aula per richiedere il trasferimento in altra sede del processo «per legittima suspicione». Perché i magistrati di Napoli, hanno scritto gli avvocati Michele Santonastaso e Carmine D’Aniello, non posso giudicare serenamente sulla sorte del processo d’appello “Spartacus”, che sta alla camorra dei Casalesi come il maxi processo celebrato a Palermo alla mafia siciliana, vista la trama nella gestione dei pentiti ordita dal pubblico ministero e dalla Dda tutta in combutta coi giornalisti “prezzolati”. «A questa situazione disarmante per la coscienza civile - è scritto nell’istanza su cui si esprimerà la Cassazione - si aggiungono i soliti giornalisti prezzolati della Procura e, tra essi, ci si riferisce espressamente alla cronista de Il Mattino Rosaria Capacchione e al noto romanziere Roberto Saviano che, sulle ceneri della Camorra, con l’aiuto di qualche magistrato alla ricerca di pubblicità, cercano successo professionale che nulla a che vedere con il sacrosanto diritto di cronaca».
Parole che sanno di avvertimento e di minaccia. Perché, hanno spiegato gli avvocati difensori di Bidognetti e del latitante Iovine, «alcuni articoli di cronaca comparsi sui quotidiani non hanno alcuna spiegazione se non quella di creare un condizionamento nella libertà di determinazione nei giudici che partecipano al processo». «L’intervento di Roberto Saviano sul silenzio legato alla sentenza Spartacus (21 ergastoli e 95 condanne per associazione camorristica a uomini e fiancheggiatori del clan dei Casalesi, la più potente organizzazione del “Sistema” ndr) non può non turbare gli animi dei giudici definiti dal prezzolato pseudogiornalista come degli inetti, incapaci, insensibili alla sete di giustizia della collettività. È solo un invito rivolto al signor Saviano e ad altri come lui a fare bene il proprio lavoro e a non essere la penna di chi è mosso da fini ben diversi rispetto a quello di eliminare la criminalità organizzata».
Eppure, stando almeno ai fatti, si direbbe che “il loro lavoro” tanto Saviano quanto la Capacchione lo facciano da tempo. E bene. E proprio per questo da anni vivono nell’incubo. Semplicemente per aver fatto quello che sanno fare: indagare sugli affari milionari dei clan, scoprire intrecci e interessi, e poi raccontarlo con coraggio e precisione. Proprio per questo da quando il libro Gomorra è diventato un successo planetario (è stato acquistato in 32 paesi e già tradotto fra gli altri in Germania Francia, Svezia, Danimarca, Finlandia, e Spagna dove è stato primo in classifica per diverse settimane) Saviano è costretto a vivere blindato costantemente seguito dagli angeli della sua scorta. Quella protezione che, però, nessuno ha mai accordato a Rosaria Capacchione nonostante nel corso di una udienza il collaboratore di giustizia Dario De Simone, numero tre del clan dei Casalesi, abbia rivelato dell’esistenza di un piano, risalente alla fine degli anni ‘90, per ammazzarla. Ed era stato sempre De Simone, davanti ai pm antimafia e poi in aula, a raccontare dell’odio della famiglia Schiavone nei confronti della cronista de Il Mattino «per il fastidio che dava coi i suoi articoli». A lei, come a Saviano e a Cantone, ieri sono arrivati tantissimi messaggi di solidarietà da parte di uomini politici, sindacati, amministratori locali ed associazioni di categoria. Secca la risposta del capo della Dda di Napoli Franco Roberti: «Gli imputati Bidognetti e Iovine avranno le risposte che meritano nelle sedi competenti».

Massimo Solani, l'Unità 15 marzo

domenica, marzo 09, 2008

Betulla va alla guerra

Deposti i panni dell’agente “Betulla”, il soldato Renato Farina si prepara ad un’altra guerra. Non più contro il terrorismo, ma contro i comunisti. Ex, post o neo che siano fa poca differenza per il cattolicissimo ex vicedirettore di Libero. Che dismessi i panni di 007 del Sismi adesso si prepara ad una nuova vita, la terza, sotto le insegne del Popolo delle Libertà di Silvio Berlusconi che lo candiderà al Parlamento in un seggio blindatissimo. La terza, si diceva, perché quella politica è la terza carriera del giornalista poi prestato all’intelligence militare, alle dirette dipendenze del direttore del Sismi Niccolò Pollari. E per tramite del suo uomo ombra Pio Pompa, tenutario dell’ufficio segreto di via Nazionale dovevano venivano redatti e conservati dossier segreti su magistrati, uomini politici del centrosinistra e militari non allineati con la dottrina della guerra permanente. Era per conto di Pompa e Pollari, infatti, che l’agente segreto Farina (nome in codice “Betulla”), dietro alla paciosa maschera del giornalista Farina, si presentava in procura a Milano per intervistare i pm Armando Spataro e Ferdinando Pomarici che indagavano sul rapimento ad opera dei servizi segreti italiani e statunitensi dell’imam Abu Omar. Una finzione, hanno ricostruito i magistrati, che in realtà doveva servire a carpire informazioni sullo stato dei lavori della procura e poi passarle al grande capo Pollari (rinviato a giudizio per la vicenda Abu Omar assieme a Pompa e ad un nutrito gruppo di barbe finte italiane e statunitensi) in modo da mettere in campo le dovute contromosse. Servizi per cui Farina era pagato lautamente dal Sismi: 30mila euro in due anni, ha spiegato lui stesso ai magistrati. «Rimborsi spese per i viaggi in giro per il mondo», ha precisato prima di patteggiare davanti al giudice per le udienze preliminari di Milano Caterina Interlandi una pena di sei mesi di reclusione (poi convertiti in una multa di 6.840 euro) per avoreggiamento nell’occultamento di prove. «Una grave ingiustizia», ha sempre protestato Farina, rivendicando con orgoglio di patria una militanza nei servizi iniziata nel 1999: «Confesso - scrisse su Libero - Ho dato una mano ai nostri servizi segreti militari, il Sismi. Ho passato loro delle notizie, ne ho ricevute, ho cercato contatti persino con i terroristi, mettendo a disposizione le mie conoscenze ma anche il mio corpaccione. Ho usato tutto, secondo me dentro i confini della legalità». Non la pensò così l’Ordine dei Giornalisti che dopo averlo sospeso, su richiesta del procuratore generale di Milano, l’ha radiato nel marzo del 2007.

Massimo Solani, l'Unità 9 marzo

giovedì, marzo 06, 2008

Dalla Chiesa in Parlamento!

Dopo qualche giorno di trasferta in quel triste luogo che è Gravina di Puglia in questi giorni, torno per rilanciare un appello in favore di Nando Dalla Chiesa. Assurdamente escluso dalle liste elettorali del Partito Democratico. Ecco il testo dell'appello:

"Nando dalla Chiesa, una delle personalità che più ha contribuito a dare apertura e credibilità alle Istituzioni presso l’opinione pubblica e la società civile, uomo politico da sempre impegnato per la legalità, l’etica pubblica, la difesa dei principi costituzionali e di giustizia, non ha ottenuto la deroga per la candidatura dal suo partito.

Son stati invece candidati personaggi la cui storia non è trasparente. O persino politici che in passato hanno avuto qualche vicinanza agli ambienti della criminalità organizzata. Anche se secondo l’art. 2 del Regolamento “Non può essere candidato chi si trovi in contrasto con le norme del codice etico”.

Come cittadini a vario titolo impegnati per un’Italia più civile e rispettosa dei meriti, chiediamo che Nando dalla Chiesa, cui riconosciamo di rappresentare con coerenza i nostri valori etico-istituzionali, sia tra gli eletti del prossimo parlamento italiano".

Hanno aderito all'appello, fra gli altri: Elisabetta Caponnetto, don Luigi Ciotti, Virginio Rognoni, Gianni Barbacetto, Stefano Boeri, Anna Bonaiuto, Giovanna Borghese, Andrea Brambilla (Zuzzurro), Novella Calligaris, Laura Caselli, Cisco (ex cantante dei Modena City Ramblers), Dario Fo, Giorgio Galli, Ricky Gianco, Vittorio Grevi, Laura Lepetit, Tinin Mantegazza, Velia Mantegazza, Guido Martinotti, Gabriele Mazzotta, Maria Mulas, Flavio Oreglio, Ottavia Piccolo, Franca Rame, Lidia Ravera, Basilio Rizzo, Corrado Stajano, Marco Travaglio, Franca Valeri, Pamela Villoresi, Patrizia Zappa Mulas.

venerdì, febbraio 22, 2008

De Magistris, la condanna e le motivazioni

«Gravi violazioni», «negligenze inescusabili», e illeciti disciplinari che costituiscono «trasgressioni palesi ai doveri di correttezza». E poi lesioni «alla dignità e all’onore» delle persone. È con queste pesanti accuse che la sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura ha motivato la sentenza con cui lo scorso 18 gennaio ha disposto il trasferimento dalla sede e dalle funzioni, con annessa sanzione della censura, il sostituto procuratore della Repubblica di Catanzaro Luigi De Magistris. Una sentenza lunga 39 pagine e depositata tre giorni fa dal relatore, il togato Giulio Romano, contro la quale il magistrato napoletano ha già annunciato di voler presentare ricorso davanti alle sezioni unite della Cassazione. «Sono fiducioso - commentava infatti ieri De Magistris - che si farà piena luce su questa decisione cosi profondamente ingiusta, e che la sentenza verrà totalmente riformata; così come sono molto fiducioso che l’autorità giudiziaria accerterà fino in fondo l’intera verità».
Una vicenda disciplinare lunga e complessa, iniziata con le ispezioni ministeriali e con la richiesta dell’ex Guardasigilli Mastella (indagato dallo stesso De Magistris nel fascicolo “Why Not”) del trasferimento cautelare d’ufficio del pubblico ministero di Catanzaro. Una richiesta non accettata, scrive la Disciplinare, perché «non paiono ricorrere motivi di particolare urgenza». Per quanto riguarda invece il ruolo di pubblico ministero che De Magistris dovrebbe lasciare, si legge invece nella sentenza, «va rilevato che la condotta tenuta, poiché rivelatrice di non adeguata attenzione al rispetto di regole di particolare rilievo nonché di insufficienti diligenza, correttezza e rispetto della dignità delle persone, si palesa incompatibile con l’esercizio» del ruolo di sostituto procuratore. Ma c’è di più: la Disciplinare infatti, nonostante il procuratore generale della Cassazione Vito D’Ambrosio non ne avesse fatto richiesta, ha infatti deciso che De Magistris debba lasciare anche il tribunale del capoluogo calabrese. E questo perché, secondo la Commissione, le difficoltà di rapporto fra il magistrato e i colleghi «inducono a ritenere che pure la permanenza dell’interessato in un altro ufficio di Catanzaro non favorisca il buon andamento dell’amministrazione della giustizia». Ma la disciplinare decise anche di respingere la richiesta formulata da D’Ambrosio per la sanzione della perdita di anzianità in virtù, si legge nella sentenza, «della accertata laboriosità dell’interessato, pur nelle difficoltà in cui si è trovato ad operare».
Un giudizio indubbiamente severo quella della Disciplinare, che imputa a De Magistris l’avere predisposto atti di indagine (come il decreto di perquisizione a carico del pg di Potenza Tufano) senza averne avvertito l’allora procuratore di Catanzaro Mariano Lombardi, di aver tenuto segrete in un armadio blindato le iscrizioni nel registro degli indagati del senatore di Forza Italia Pittelli e del generale della Gdf Cretella Lombardi e di aver trasferito alla procura di salerno, con una «iniziativa irrituale», l’intero fascicolo dell’inchiesta “Poseidone” che gli era appena stato revocato. Ma di fronte alla Disciplinare De Magistris paga anche la lesione «alla dignità, all’onore e al decoro» di due magistrati di Potenza, commessa avendo riferito in un atto (l’ordinanza di perquisizione a carico di Tufano) di una loro presunta relazione extraconiugale «in base ai sentito dire» e senza aver «compiuto gli accertamenti necessari».

Massimo Solani, l'Unità 22 febbraio

Per tutti coloro che volessero leggere le motivazioni della condanna, cliccando qui troverete il pdf integrale del testo. Buona lettura.

venerdì, febbraio 15, 2008

Verità deviate

Probabilmente non finirà alla stessa maniera, ma la vicenda di Gabriele Sandri oggi somiglia un pò di più a quella di Carlo Giuliani, ucciso a Genova durante gli scontri del G8 del luglio 2001. Due ragazzi morti ammazzati dallo Stato, due strane perizie balòistiche e due traiettorie deviate. Da un calcinaccio a piazza Alimonda quasi sette anni fa, da una rete metallica nell’autogrill di Badia al Pino sull’autostrada A1 l’11 novembre scorso. Curiosa coincidenza che accresce il disagio di una famiglia già provata dal lutto. Una ricostruzione che fa salire la rabbia di quanti chiedono giustizia per Gabriele, compresi quelli che fin dall’inizio alla giustizia non ci hanno mai creduto. Anche presa per buona, però, la spiegazione del consulente nominato dalla procura non dissipa le troppe nebbie di questa drammatica vicenda. La rete metallica ha deviato il colpo sparato dall’agente Luigi Spaccarotella? Se fosse vero, allora, molto resta da dire e da chiarire. Perché una cosa, evidentemente, è certa: il poliziotto ha sparato ad altezza uomo e non, come frettolosamente spiegato, in aria per disperdere il gruppo di tifosi. Per quanto alta sia la rete metallica in quel punto, infatti, in nessun modo un proiettile indirizzato verso il cielo avrebbe potuto passarci in mezzo. E allora, continuiamo a chiedere: perché sparare contro una macchina che si stava allontanando correndo il rischio di colpire e uccidere? Il processo darà queste e altre risposte. Almeno così ci auguriamo. Perché la giustizia, almeno quella, non finisca deviata da un calcinaccio o da una rete metallica e perché lo Stato, questa volta, si dimostri così forte da processare anche se stesso oltre che i criminali che quella domenica di novembre misero a ferro e fuoco molte città italiane scatenando una guerriglia assurda nel nome della solidarietà ultras. Se così non fosse, allora saremo costretti ad arrenderci e a dire che, forse, avevano ragione loro. Perché non vorremmo scoprire, presto, che anche i manganelli che a Ferrara hanno massacrato Federico Aldrovandi siano stati deviati da qualche misterioso oggetto.

mercoledì, febbraio 13, 2008

E' morto "il Papa" Michele Greco

E questa volta, speriamo, morto un Papa non se ne faccia un altro.
Come dimenticare la sua preghiera minaccia nell'aula bunker durante il maxiprocesso?

Nuovomondo in Veneto

C’era una volta Ellis Island, l’isolotto nella baia di New York dove per decenni milioni di aspiranti cittadini statunitensi erano costretti a sottoporsi ad umilianti visite sanitarie ad opera dei Medici del Servizio Immigrazione prima di poter sbarcare nel Nuovo Mondo. «I vecchi, i deformi, i ciechi, i sordomuti e tutti coloro che soffrono di malattie contagiose, aberrazioni mentali e qualsiasi altra infermità sono inesorabilmente esclusi dal suolo americano», si leggeva nel vademecum che veniva consegnato ai disperati appena sbarcati dalle navi provenienti da ogni parte del pianeta. Un dramma, per decine di migliaia di persone, poeticamente raccontato da Emanuele Crialese nel suo “Nuovomondo”. C’era una volta Ellis Island, si diceva, ma adesso potrebbe esserci di nuovo. E in Veneto, per giunta. Perché a Riese Pio X (piccolo comune nel trevigiano che prende il nome dal Pontefice e Santo Giuseppe Melchiorre Sarto cui diede i natali nel 1835) presto i cittadini extracomunitari potrebbero essere costretti a sottoporsi ad una serie di accertamenti clinici per ottenere il permesso di soggiorno. Lo ha deciso il consiglio comunale, praticamente un monocolore leghista che sostiene il sindaco del carroccio Gianluigi Contarin, che con sedici voti a favore ed uno contrario ha approvato un ordine del giorno in cui impegna il Comune a svolgere tutte le verifiche giuridiche per verificare se è possibile obbligare a sottoporsi agli esami clinici i cittadini che richiedano la residenza in città. «È un indirizzo - ha precisato il vice sindaco Luca Baggio - e va a vantaggio di tutti, anche per chi non sta bene. Un tempo ai nostri emigranti veniva chiesto lo stesso. In un documento del Ramadan - ha spiegato - si chiede a chi vi partecipa di essere in regola con le vaccinazioni. Perché queste regole vanno bene per gli altri e non per noi?». E la vicenda, secondo il vicesindaco, dovrebbe essere affrontata persino a Roma, «perché la questione non può riguardare solo il nostro comune».
Per questo l’ordine del giorno approvato prevede «che vengano predisposti idonei filtri sanitari nelle scuole e nei luoghi di lavoro e che venga vincolato il rilascio del permesso di soggiorno o l'attestazione di regolarità alla presentazione di idonea certificazione medico-sanitaria». Ma guai a parlare di razzismo. «Nella quasi totalità dei paesi extracomunitari, purtroppo, non esistono le più elementari regole igienico-sanitarie - spiega il vicesindaco Luca Baggio - e i flussi migratori hanno contribuito al riemergere di malattie ed epidemie da tempo scomparse nel nostro territorio».

Massimo Solani, l'Unità 13 febbraio

E quest'ultimo periodo vale anche per la frase intelligente di oggi. Complimenti al vicesindaco Baggio.

mercoledì, febbraio 06, 2008

Età pensionabile

Va bene che siamo già in clima elettorale, ma forse è presto per spararle già così grosse. Anche perché se iniziamo così dove si finisce?

Frase intelligente del giorno: «Quando il Governo deve schierarsi dalla parte del cittadino o della Casta a parole dice di essere con il cittadino ma nei fatti sta sempre con la Casta. La scelta della data del 13 aprile per il voto in alternativa a quella del 6 di aprile può apparire casuale ma non lo è affatto: votando il 6 aprile, infatti, i parlamentari alla prima legislatura non rieletti non avrebbero maturato la pensione, votando invece come stabilito dal Consiglio dei Ministri il 13 aprile, ovvero una settimana dopo, acquisiranno la pensione. E poi parlano di voler fare l'election day per ridurre i costi della politica -ironizza- Ben altri saranno i costi di queste pensioni, non solo in meri termini quantitativi, ma anche per il messaggio dato al Paese, perchè questo è il tipico esempio di come fatta la legge viene subito trovato l'inganno». Roberto Calderoli, vicepresidente del Senato (Lega Nord)

Puntuale smentita: «Con riferimento ad alcune note di agenzia apparse oggi secondo cui i parlamentari alla prima legislatura avrebbero maturato il diritto al vitalizio in conseguenza della fissazione della data per le elezioni al 13 aprile, si precisa che la notizia in questione non corrisponde a verità. In proposito si ricorda che il requisito minimo di 2 anni e 6 mesi di effettivo mandato, richiesto dalla normativa vigente, sarebbe stato conseguito dai parlamentari alla prima legislatura il 27 ottobre 2008. Pertanto tali parlamentari, se non saranno rieletti, non potranno maturare il diritto all'assegno vitalizio. Si rammenta infine che, a partire dalla prossima legislatura, il diritto all'assegno vitalizio si conseguirà dopo 5 anni di effettivo mandato, in conseguenza della riforma approvata dagli uffici di Presidenza delle due Camere il 23 luglio 2007». Nota congiunta dei Collegi dei Questori di Camera e Senato.

lunedì, febbraio 04, 2008

Si vota!

Così si andrà alle urne con la legge "porcata" (definizione orginale del suo creatore, l'odontoiatra costituzionalista Calderoli) che fino a due mesi fa tutti volevano cambiare. Si sente odore di urne, e di poltrone, ed ecco che si cambia idea. E capita pure che un segretario di partito che ieri era fra i promotori del Referendum adesso spinga per le urne subito. Vero monsieur Fini?

Frase intelligente di oggi: «La nostra lista dei popolari liberali aderisce al progetto di Silvio Berlusconi. Non entriamo in Forza Italia ma nel Partito del Popolare della Libertà». Carlo Giovanardi, che lascia l'Udc per aderire al Partito della Libertà. Che, stando a quanto detto da Berlusconi (seconda capriola, appena sceso dal predellino di San Babila, non si presenterà alle elezioni. Dove va allora Giovanardi? Qualcuno lo salvi.

venerdì, gennaio 25, 2008

Il poeta trasformista

Qualcuno dica all'ex ministro Mastella che la poesia "lentamente muore" letta ieri al Senato per giustificare la sua ennesima piroetta istituzionale (oplà... da destra a sinistra.... oplà... da sinistra a destra. Alla faccia degli elettori) e la non fiducia al governo Prodi, non è di Pablo Neruda.
Ennesima fregnaccia, ma di questi tempi nessuno ci fa più caso.



Frase intelligente del giorno: «Siamo uniti, adesso abbracciamoci tutti». Silvio Berlusconi sullo stato della coalizione di centrodestra. Ma non era lui che aveva scaricato Fini e Casini dal predellino di San Babila insultando pesantemente gli alleati? Le elezioni incombono. scurdammoce o passat'.... Il peggio è che se lo scordano anche i diretti insultati. bontà loro.

mercoledì, gennaio 23, 2008

Aria di crisi

Crisi politica, va da sè. E poi morale (ma Mastella perché si è dimesso? Per i domiciliari alla moglie? O forse per sciagurare una nuova legge elettorale da cui l'Udeur col suo prefisso elettorale avrebbe tutto da perdere?) e persino istituzionale. Anche se Lega e istituzioni, nello stesso discorso, in fin dei conti non c'entrano un granchè.

Frase intelligente di oggi: «Se non si va al voto facciamo la rivoluzione. Vuol dire che mettiamo in piedi la polizia del Veneto, della Lombardia e del Piemonte. Certo ci mancano un pò di armi, ma prima o poi quelle le troviamo. Berlusconi ha detto andiamo in piazza. E io in piazza ci porto decine di milioni di persone incazzate nere e senza limite di azione. Andiamo a bastonare sulla schiena la canaglia romana e la sinistra che si è dimostrata un partito fascista». Umberto Bossi.
Se non fosse lo stesso che nel 1994 raccontò di aver fermato una rivolta armata nelle valli bergamasche («C'erano 300mila persone pronte, l'urlo rimbombava di valle in valle») ci sarebbe da aver paura. Che si accontenti della nostra pietà, che di indignarci per certe cazzate padane c'è passata anche la voglia.

martedì, gennaio 22, 2008

Addio Compagno Bulow

(ANSA) - RAVENNA, 22 GEN - È morto Arrigo Boldrini, storico comandante partigiano "Bulow" e presidente onorario dell'Anpi. Aveva 92 anni e dall'8 gennaio era ricoverato in gravi condizioni all' ospedale di Ravenna. I medici avevano definito «critico» il suo quadro clinico. Membro dell'Assemblea Costituente e importante esponente del Pci del dopoguerra, Boldrini viveva da alcuni anni nella "Casa della Fraternità" a Marina Romea, località del litorale ravennate. (ANSA).

Lascio a Wladimiro Settimelli il compito di ricordarlo.

La leggenda di Bulow e la "28esima Gordini"

«Tè tat è da ciama Bulow» (ti devi chiamare Bulow), aveva detto in romagnolo purissimo, il barbiere Michele Pascoli, uno di quegli antifascisti e anarchici che sono sempre stati figure da leggenda in quel di Ravenna. Pascoli era un autodidatta e un appassionato di storia napoleonica e durante i quarantacinque giorni di Badoglio aveva avuto, a bottega, una lunga discussione con Arrigo Boldrini sulla battaglia di Waterloo. Arrigo, ad un certo momento, aveva tagliato corto e spiegato: «C'era von Bulow che comandava l'avanguardia dell'armata prussiana e allora addio Napoleone». Pascoli, poi fucilato dai fascisti, aveva pensato un attimo e poi aveva quasi gridato a Boldrini: «Quando sarete in montagna ti dovrai chiamare proprio Bulow. Promettilo».

Era nato così uno dei più noti e leggendari nomi di battaglia della Resistenza italiana e del partigiano più famoso del nostro Paese. Quello di Arrigo Boldrini, medaglia d'oro al valor militare, delegato alla Consulta, eletto all'Assemblea Costituente, parlamentare e senatore ininterrottamente fino al 1994, dirigente del Pci, Presidente nazionale dell'Anpi, l'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia dal 1946 e poi presidente onorario (14° Congresso - marzo 2006), Presidente della Fondazione del Corpo Volontari della Libertà e autore di diverse centinaia di proposte di legge per i partigiani, i soldati, i carabinieri e tutti i combattenti della Libertà.
Raccontare la sua leggenda, la sua guerra e le sue battaglie politiche è difficilissimo perché con i suoi partigiani della 28ª "Gordini" ne aveva viste e fatte di tutti i colori, in guerra come nei giorni della Liberazione. Fu lui il 18 febbraio del 1945 a salire sul palco di Piazza del Popolo per celebrare, nel corso della prima grande manifestazione dell'Italia libera, la Giornata del partigiano e del soldato per rendere omaggio ai vivi e ai morti e a coloro che, a Nord, ancora combattevano. Era partito dal suo comando a Savana la mattina all'alba. Si era lavato il viso in un secchio d'acqua, poi si era vestito con la divisa, si era appuntato sul petto la medaglia d'oro ed era saltato su una jeep. La sera tardi era arrivato a Roma. Poi in Piazza del Popolo, la mattina successiva, ecco il nereggiare della folla: cento duecentomila persone, con i partigiani ancora in armi, i rappresentanti degli alleati sparsi per tutta la piazza, insieme ai soldati americani, inglesi, australiani, neozelandesi, francesi, polacchi e italiani del nuovo esercito di Liberazione. Sul palco, oltre a Bulow, ci sono il presidente del Consiglio Ivanoe Bonomi, il ministro della guerra Casati e Mauro Scoccimarro, ministro per l'Italia occupata. È Bonomi che appunta la medaglia d'oro sulla bandiera tricolore del Corpo Volontari della Libertà. Quella bandiera aveva già una storia eroica: era stata cucita, durante l'occupazione tedesca, dalle donne di San Frediano, il popolare quartiere di Firenze e ricamata dalle suore del convento di Santa Croce. Poi era stata consegnata al comando della divisione «Arno» nelle ore della liberazione di Firenze. Pochi giorni dopo, era stata portata a Roma, dalla gappista Edda Occhini. Doveva essere consegnata ai partigiani del Nord.
Ed è proprio la Occhini che porge a Bulow, quella bandiera, nella fredda domenica di febbraio del 1945, in Piazza del Popolo. Lui prende il drappo, scende nella piazza e si avvia, seguito da un corteo immenso, lungo via del Corso. In un silenzio pieno di commozione, quella fiumana di gente vede Boldrini che, a due passi dal balcone di Mussolini, appoggia la bandiera al sacello del Milite ignoto, per rendere omaggio a quel soldato sconosciuto morto chissà in quale trincea dimenticata del Grappa, del Montello o del Piave.
Anche questo era Bulow, un uomo dai forti sentimenti, piccolo, mite, ma sempre decisissimo, testardo, coraggiosissimo e perfino con un forte senso dell'ironia.

(Tratto da Unita.it)

lunedì, gennaio 21, 2008

Al Tg5 Travaglio non può parlare di Craxi

«Mi spiace, deve parlarne con Toni Capuozzo». La segretaria di Clemente J. Mimun respinge con cortese fermezza ogni richiesta di chiarimento. «Il direttore non si occupa di Terra!», chiosa prima di congedarsi. Eppure non si direbbe sia così, se è vero che è stato proprio il direttore del Tg5 a mettersi di traverso e a decidere che un’intervista a Marco Travaglio dovesse essere “cassata” dalla puntata dell’approfondimento settimanale andata in onda ieri sera e dedicata a Bettino Craxi. «Travaglio non lo voglio! - avrebbe gridato il direttore dopo aver letto la lista delle persone intervistate - Lo tagliate e basta!». Questa almeno è la versione che nella mattinata di ieri Toni Capuozzo, responsabile del programma, avrebbe riferito a Travaglio. Una ricostruzione che, oltretutto, ieri pomeriggio era confermata anche nei corridoi della redazione del tg. «Diciamo che la questione ha provocato un certo malumore, e non dico altro», riferiva un collega chiedendo di restare anonimo.
«Capuozzo - racconta Travaglio - mi ha telefonato e imbarazzato mi ha spiegato che l’intervista su Craxi che avevo rilasciato venerdì alla collega Anna Migotto non sarebbe andata in onda per volontà del direttore Mimun. Mi ero limitato alla pura cronaca raccontando quello che mi risulta riguardo a Craxi: che era cioè un latitante non un esule e ho ricordato dei tre conti in Svizzera. Ho anche parlato di un mio incontro con Craxi prima che andasse ad Hammamet, un incontro causale a due passi dall’Hotel Raphael a Roma. Insomma soltanto cronaca. Dopodichè - conclude il giornalista e scrittore - apprendo che Mimun, senza neanche prendere visione dell’intervista ma sapendo solo che le mie dichiarazioni erano previste in scaletta, ha deciso che andavo tagliato». Una ricostruzione che anche altre persone sono pronte a confermare. Non Toni Capuozzo però. Che, contattato mentre è in sala di montaggio intento agli ultimi ritocchi, ne racconta invece un’altra. «Nessuna censura», taglia corto. «È tutto molto più semplice: mi sono scusato con Travaglio, ma ho scelto io, in qualità di curatore del programma, di non inserire la sua intervista». Semplicemente una scelta editoriale, quindi. «È una decisione di cui mi assumo tutta la responsabilità - spiega - Travaglio sarebbe stato “dissonante” perché tutti gli altri interventi, da Andreotti a Forlani, sono di protagonisti dell’epoca. Comunque - conclude Capuozzo - nulla della vita di Craxi, anche la sua vicenda giudiziaria, è stato taciuto».
Qualche minuti più tardi, superato il filtro della segreteria, Mimun è lapidario al cellulare: «Io con il suo giornale non parlo da diversi anni e non intendo ricominciare adesso - risponde con tanto garbo quanta freddezza - Ho letto le parole del curatore di “Terra!” e condivido in pieno. Anche le scelte». Del resto, secondo alcune voci interne al telegiornale, sarebbe stato proprio Mimun a chiamare Capuozzo e a “consigliarlo” di assumersi al 100% la paternità del taglio. O meglio, della censura.

Massimo Solani, l'Unità 21 gennaio 2007

Frase intelligente di oggi: che in realtà è un video, e di qualche tempo fa. Ma siccome un presidente di Regione viene condannato a cinque anni di carcere ed esulta, certe cose allora vale la pena ricordale. E Ricordarsele.



martedì, gennaio 15, 2008

Lesa maestà pontificia?

Accadono cose ben strane in questo ben strano paese.
Prendiamo ad esempio quanto è capitato a Roma per l'invito rivolto dal Rettore Guarini a Papa Benedetto XVI a partecipare all'inaugurazione dell'anno accademico dell'Università "La Sapienza" (ma all'inizio voleva che gli fosse affidata addirittura una lectio magistralis). Un invito incauto considerando le tesi di Joseph Ratzinger su scienza e ricerca (ma cosa attendersi da chi è ancora convinto che il processo a Galileo Galilei sia stato giusto e doveroso?) che ha suscitato le proteste di docenti e studenti. Che avevano promesso al Papa un rumoroso ma civile comitato di benvenuto. Ratzinger, allarmato dal rischio proteste, ha deciso di non partecipare nonostante il Viminale avesse dato ampie rassicurazioni sulla sicurezza. Di tutti, del Pontefice in primis.

Una sua scelta, quindi.

Eppure a sentire i commenti dei politici, senza eccezione di colore e schieramento politico, sembra che un esercito armato abbia impedito al Papa di parlare. Che sia stato trattato un pò come avvenne a Luciano Lama nel 1977. Eppure, se non ricordo male, il diritto a manifestare è costituzionalmente garantito. O no? E allora dove sta il problema? Spiegatemelo voi, che io non capisco proprio.
Però ricordo qualche anno fa (quasi 17 per la precisione) Giovanni Paolo II sfidare i contestatori nella stessa università senza farsi scudo delle dichiarazioni ridicole di politici più realisti del re. Altra Italia, evidentemente, e altra pasta d'uomo. Come meravigliarsi poi se in Italia si torna a mettere in discussione la legge sull'aborto?

Frase intelligente di oggi: «È stato ripugnante vedere nel telegiornale tossici e terroristi alla Sapienza per festeggiare la rinuncia del Papa. È gente da mandare in galera insieme ai professori che li hanno guidati. E che sfideremo. È gente indegna di salire in cattedra. I loro nomi vanno divulgati affinchè l'Italia intera possa sapere chi è nemico della libertà e promotore dell'odio e del terrore. L'Italia di Prodi è questa. L'Italia vera deve riaffermare i valori della libertà». Maurizio Gasparri, Alleanza Nazionale.
Tossici e terroristi sarebbero gli studenti (centinaia di studenti) che hanno manifestato seguendo l'invito dei 67 scienziati che hanno protestato contro il Rettore Guarini. Questa, evidentemente, è la loro democrazia.

giovedì, gennaio 10, 2008

Onorevole tirchieria

Riporto un articolo tratto da Il Giornale di oggi. Non ho parole per commentare.....

Deputati Tirchi, 9 euro alle vittime della Thyssen

Per carità di patria, non saltate alla conclusione più facile, non dite che gli onorevoli rappresentanti della nazione son prodighi di parole ma stitici di tasca, hanno la manina rappresa e non meritano nemmeno il Natale del vecchio Sgrooge. Probabilmente sono distratti, presi dagli onerosi impegni, mica è aridità d’animo e avarizia, se solo insisti un poco son pronti a gesti di generosità esemplare, vuoi che non siano come tutti noi, dimenticare a Natale proprio chi soffre? Tant’è... Tant’è che i 630 deputati, chiamati a partecipare ad una sottoscrizione di aiuto alle vedove e agli orfani delle vittime della ThyssenKrupp, han partecipato tutt’altro che in massa. Alla vigilia di Natale, prima di andare in vacanza, avevano versato in tutto 1.300 euro. Minacciati dai promotori di venire esposti alla gogna mediatica, la colletta è lievitata sino a quadruplicare la cifra raggiungendo quota 6.000: una media di 9 euro e mezzo a testa. Colletta irrisoria e imbarazzante ugualmente. Tanto da far intervenire i gruppi parlamentari per porre riparo. Così, ora che l’Epifania tutte le feste s’è portata via, la sottoscrizione ha raggiunto la vetta dei 12.500 euro, ma grazie allo “sforzo” indistinto e indolore dei gruppi, senza impegno personale dei singoli. Anche i gruppi che non hanno ancora versato promettono di contribuire presto, come del resto la gran massa dei deputati risultati assenti all’appello. Si spera che lo facciano presto. Possibilmente prima del Natale che vedrà gli orfani adulti.
Come è andata? Gli è che i 2.000 dipendenti della Camera hanno un’associazione, «Gruppo di solidarietà» si chiama, che ogni fine anno organizza una raccolta interna di fondi da devolvere in beneficenza, aiuti umanitari, progetti di sviluppo, adozioni a distanza (in Mozambico seguono già 150 bambini). Più della metà partecipa, firmando un modulo di cessione dalla busta paga di una giornata lavorativa o di mezza. Ed ogni anno, raccolgono tra i 25 e i 35mila euro da investire in solidarietà. Quest’anno, all’indomani della tragedia nella fonderia torinese, gli animatori del Gruppo han provveduto ad inviare un primo aiuto concreto alle famiglie delle vittime, inserendo la tragedia della ThyssenKrupp nell’elenco delle iniziative da sostenere. Due deputati di buona volontà, il verde Roberto Poletti e Maurizio Bernardo di Forza Italia, scoperta l’iniziativa se ne sono innamorati, decidendo di coinvolgere i loro colleghi.
Così, a tambur battente e con l’entusiasmo delle campagne bipartisan sin troppo rare in Parlamento, i due hanno indirizzato una lettera a tutti i deputati, citando a buon esempio la sottoscrizione dei dipendenti «per devolvere l’equivalente di una loro giornata lavorativa in solidarietà», e spiegando che «quest’anno uno dei loro progetti sarà quello di portare un tangibile aiuto alle famiglie degli operai della ThyssenKrupp, periti nel rogo di Torino». Volete esser da meno dei vostri dipendenti, voi che certamente guadagnate di più? «Poiché questo tragico evento non può lasciare inerti le nostre coscienze, siamo certi che avrete piacere di far avere anche la vostra solidarietà, che sarà bene accetta di qualsiasi entità», concludeva la lettera indicando i nomi e i telefoni degli animatori del gruppo ai quali rivolgersi per partecipare. Volendo, i deputati potevano bussare direttamente all’Ufficio Competenze.
Non paghi della lettera, Poletti e Bernardo han fatto massiccia propaganda in Transatlantico, pressando amici ed avversari e raccogliendo sorrisi, promesse, «sì, sì lo dico anche agli altri». Sino alla vigilia della chiusura natalizia, quando s’è scoperto che i deputati avevano versato 1.300 euro in tutto, mentre il Gruppo di solidarietà dei dipendenti aveva organizzato anche una cena per i poveri di Sant’Egidio con Bertinotti. I due hanno moltiplicato gli appelli, «guardate che se i giornali lo vengono a sapere ci sputtaniamo tutti» hanno avvertito. Niente, il risultato è salito a quei 12.500 euro grazie al contributo dei gruppi. «Se troviamo una modalità di raccolta cristallina e semplice, credo che nessun deputato si sottrarrà», dice fiducioso Bernardo. «Lo prometto solennemente: se non si svegliano, renderò pubblici i nomi», minaccia Poletti.

di Gianni Pennacchi

mercoledì, gennaio 09, 2008

Monnezza is burning

La situazione è drammatica, ma non è seria. Allora tanto vale sorriderci su, almeno per un attimo. Dopo il tormentone Frangetta non poteva mancare Monnezza is burning. Eccolo a voi.




Frase intelligente di oggi: «Venti anni fa moriva Enzo Tortora, esattamente il 18 maggio del 1988. Il suo caso giudiziario, quello scandaloso errore giudiziario, il suo tormento, la sua morte prematura non sono serviti a nulla. Dopo 20 anni siamo punto e a capo. Tant'è che adesso abbiamo il caso Contrada. Prova che nulla è cambiato. Anzi». Lo afferma l'avvocato Giuseppe Lipera, legale dell'ex funzionario del Sisde condannato a dicei anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Piccola precisazione: Tortora era innocente e, dopo anni di assurde tribolazioni, venne riconosciuto tale. Contrada, per la legge italiana, è colpevole: e la sentenza definitiva della Cassazione (10 maggio 2007) lo sancisce. Definitivamente.

lunedì, gennaio 07, 2008

Pianura, chi soffia sul fuoco della protesta?

Cittadini giustamente indignati oppure infiltrati con finalità poco chiare al servizio di chi invece i miliardi li fa davvero con la monnezza? Il dubbio è lecito, a vedere il video qui sotto.
Tutti abitanti del popoloso quartiere napoletano? O no?



Frase intelligente di oggi: «Si può e si deve commissariare la Regione, indire nuove elezioni amministrative al più presto e, se necessario, fare della Campania, "ad interim", un protettorato militare». Margherita Boniver (Forza Italia) sottosegretario di Stato con delega agli Esteri del governo Berlusconi. Ci manca solo il Commonwealth, un casco color Kaki e siamo di nuovo pronti ad una bella missione coloniale. Faccetta nera, bella abbissina...

domenica, gennaio 06, 2008

Anno nuovo, politica vecchia

A Capodanno, si sa, le cose vecchie si buttano dalla finestra. Eppure ho come l'impressione che neanche questo 2008 sia arrivato per liberarci di certo vecchiume. Per cui ci toccherà di tenercelo per un altro anno, di ingoiare a forza facendo finta che ci piaccia e di turarci il naso per non respirarne il tanfo. Sempre nella speranza che le cose migliorino, come direbbe un medico di fronte alla cancrena.
Ma in attesa dell'amputazione, non neghiamoci almeno i buoni propositi.
Tanto per iniziare bene l'anno nuovo: la Campania affoga stretta fra le tonnellate di immondizia non smaltita e i tentacoli del "Sistema" (la camorra, per dirla con i camorristi). Carburanti e verdura costano ormai come l'oro, e per fare il pieno serve un intero stipendio. I tassi dei mutui sono diventati insostenibili per buona parte delle famiglie italiane..... E in tutto questo, nell'agenda politica e nei telegiornali tengono banco le discussioni sulla nuova legge elettorale (tedesco o francese, ditemi voi qual è la differenza, vi prego), la moratoria sull'aborto proposta da Giuliano Ferrara e la grazia da concedere a Bruno Contrada. Il fedele servitore dello Stato che per una vita si è speso fra la divisa di poliziotto (e un posto da dirigente al Sisde) e i favori agli amici mafiosi. Tanto da beccarsi una condanna definitiva a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

Che strano paese il nostro.

Frase intelligente di oggi: «Ambulanze assaltate, come non accade nemmeno nei Paesi in guerra, incendi urbani, guerriglie con la polizia: tutto quello che sta succedendo dimostra che
Napoli non è Italia». Roberto Calderoli, Lega Nord. E' vicepresidente del Senato ed ex ministro per le Riforme Costituzionali. L'uomo che ha fatto esplodere una rivolta contro il consolato italiano di Bengasi (11 morti) grazie alla brillante idee delle vignette satiriche su Maometto stampate su una t-shirt esibita in diretta tv. Un odontoiatra sposato con rito celtico, alla presenza di un vero druido, a cui qualcuno aveva pensato di affidare il compito di cambiare la Costituzione.

giovedì, dicembre 20, 2007

Conto alla rovescia... poi si ricomincia


Cavolo.... sono già cinque mesi che non aggiorno il mio blog. Spiegare il perché sarebbe lungo e noioso, per cui ve la evito. Ma da gennaio si ricomincia, per la gioia di quanti in questi mesi mi hanno mandato mail per dimostrarmi la loro soddisfazione a non veder aggiornato questo spazio. E' finita la pacchia, si ricomincia. E con qualche novità, credo... ma vedrete.
Per ora colgo l'occasione per fare a tutti gli auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo (retorica come se piovesse). Ci si vede presto